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	<title>Sandro Valentini</title>
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	<description>Una sinistra da rifare</description>
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		<title>Sommario</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 16:14:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[- La sinistra, il Pd e la difficile fase della transizione italiana
- Forma e sostanza di una linea politica
- Il treno da prendere
- Forse qualcosa si muove a sinistra. Sarà così?
- Ora si tratta di &#8220;governare la transizione&#8221;
- Che si discuta su questa Europa
- Lo sport preferito
- Per una sinistra riformatrice
- Basta con gli equivoci
- [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>- La sinistra, il Pd e la difficile fase della transizione italiana</strong></p>
<p><strong>- Forma e sostanza di una linea politica</strong></p>
<p><span style="font-weight: bold;">- Il treno da prendere</span></p>
<p><strong>- Forse qualcosa si muove a sinistra. Sarà così?</strong></p>
<p><strong>- Ora si tratta di &#8220;governare la transizione&#8221;</strong></p>
<p><strong>- Che si discuta su questa Europa</strong></p>
<p><strong>- Lo sport preferito</strong></p>
<p><strong>- Per una sinistra riformatrice</strong></p>
<p><strong>- Basta con gli equivoci</strong></p>
<p><strong>- Due domande a Ferrero e Diliberto</strong></p>
<p><strong>- Un&#8217;alleanza democratica per uscire dal berlusconismo, per una legislatura costituente<br />
</strong></p>
<p><strong>- Alemanno, giunta bis: tra gioco delle parti e necessità di una politica per il cambiamento</strong></p>
<p>-<strong> Con la Cgil</strong></p>
<p><strong>- Il &#8220;Bel Paese&#8221; e la sinistra</strong></p>
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		<title>La sinistra, il Pd e la difficile fase della transizione italiana</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Blog, 15 novembre 2011
La crisi finanziaria ed economica che sta attraversando tutto l’Occidente capitalistico, crisi di civiltà, di una visione del mondo,  conferma e ripropone con drammaticità la tesi di Engels che il capitalismo per garantire il suo iniquo sviluppo, per auto-riprodursi tramite forme sempre  più sofisticate di oppressione e di sfruttamento, ha bisogno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Blog, 15 novembre 2011</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La crisi finanziaria ed economica che sta attraversando tutto l’Occidente capitalistico, crisi di civiltà, di una visione del mondo,  conferma e ripropone con drammaticità la tesi di Engels che il capitalismo per garantire il suo iniquo sviluppo, per auto-riprodursi tramite forme sempre  più sofisticate di oppressione e di sfruttamento, ha bisogno di negare e distruggere, con il controllo pervasivo dei mezzi di comunicazione, ogni forma di libertà e di democrazia in nome delle quali ha preso il potere politico con la Rivoluzione francese e che sarà compito del mondo del lavoro raccogliere quelle idee e valori dal capitalismo messi oggi drammaticamente in discussione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/17sv4-224x300-150x150.jpg"><img class="alignright" title="17sv4-224x300-150x150" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/17sv4-224x300-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Tutto ciò non è nuovo in Europa. Già con l’avvento del fascismo e del nazismo abbiamo assistito alla negazione delle libertà che sono costati agli europei un prezzo enorme in termini di morti, di devastazione e di orrori sociali e civili. L’Europa è percorsa oggi da nuove spinte autoritarie e una deriva illiberale, che pur presentando tratti e metodi di controllo e di dominio profondamente diversi dal nazi-fascismo, hanno messo fuori gioco la sovranità degli Stati, le istituzioni democratiche e messo in discussione le conquiste sociali del movimento dei lavoratori. L’imposizione di politiche neoliberiste  e monetariste volute con grande determinazione da centri di potere ademocratici, come la Bce e le tecnocrazie, dai due fondamentali poli dell’imperialismo europeo, quello francese e quello tedesco, dalle oligarchie finanziarie, stanno nei fatti smantellando tutte quelle forme di democrazie che faticosamente erano state costruite all’indomani del secondo conflitto mondiale in Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficile transizione italiana con le dimissioni di Berlusconi va letta non prescindendo da questo contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta di Berlusconi è indubbiamente un successo per la democrazia. Il suo governo ha rappresentato una pericolosa anomalia, un fattore inquietante in più rispetto alla deriva autoritaria dell’Europa, in quanto era espressione di un capitalismo che presenta elementi gravi di arretratezza nonostante i diversi tentativi di modernizzarlo. Vorrà significare pure qualcosa che l’Italia è agli ultimi posti nella lotta all’evasione fiscale? O che a differenza della Germania e della Francia la sua grande industria è stata liquidata? O, infine, che è il fanalino di coda dell’Unione europea in termini di investimento per la ricerca e per l’innovazione tecnologica? Le leggi a persona per garantire una posizione di forza all’immenso impero economico e finanziario di Berlusconi e il perverso intreccio tra politica e malaffare del suo governo sono aspetti di un sistema di potere mal sopportato anche dalle elite conservatrici europee e ultimamente dalla stessa Confindustria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Berlusconi non è caduto a seguito  di un sussulto democratico, anche se in questi ultimi anni è cresciuto un movimento di lotta di massa che chiedeva le sue dimissioni, ma su iniziativa del Capo dello Stato e di “manovre di palazzo” che hanno utilizzato la cosiddetta “sfiducia dei mercati” al governo italiano, con la conseguente  preoccupazione di milioni di famiglie per le continue speculazioni finanziarie, per imporre la soluzione Monti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il punto. D’altronde anche Mussolini cadde su una “manovra di palazzo” voluta dal Re, dall’esercito, da Badoglio e da una parte, maggioritaria, del Gran consiglio del fascismo. Solo dopo la sua caduta si innescò un processo democratico che portò alla Resistenza, alla Liberazione del Paese, alla Repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo vero interrogativo quindi è quello di domandarsi se la sinistra italiana sarà in grado di costruire un movimento popolare e democratico affinché la difficile transizione si indirizzi nella giusta direzione, con la consapevolezza che in Europa spira un vento che non ci aiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto partiamo da un dato: la cosiddetta seconda repubblica è finita e credo che nessuno potrà sperare o illudersi che si possa tornare alla prima.</p>
<p style="text-align: justify;">La formazione di un governo di larghe intese, guidato da Monti, fino al 2013, con il sostegno sia pur sofferto, per ragioni opposte, dal Pdl e dal Pd (oltre  quello convinto del Polo di centro) cambia completamente lo scenario politico.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo per i partiti della sinistra che sono chiamati, da Sel alla Fds passando per Idv,  a riscrivere totalmente la propria linea. Adesso, al di là delle prime uscite di Vendola, mi pare evidente che il Pd, sostenendo il governo Monti, abbia seppellito le primarie e il Nuovo ulivo e che Sel è chiamata a prendere una difficile decisione: aggregarsi in modo del tutto subalterno alle politiche centiste e neoliberiste temperate (e vedremo fino a che punto saranno temperate) del governo del Presidente della Repubblica o puntare a un dialogo a sinistra, con la Fds e Idv.</p>
<p style="text-align: justify;">Stesso ragionamento vale anche per la Fds, colta del tutto impreparata da questa nuova situazione. Del resto, basta leggere i documenti congressuali, invecchiati molto rapidamente, del Prc e del Pdci per avere un’idea di quanto siano del tutto fuori fase. Ma paradossalmente il governo di larghe intese di Monti ha risuscitato la Fds come soggetto politico dopo che era stata ridotta un po’ da tutte le componenti che ne fanno parte a un cartello elettorale, per giunta poco credibile. Ora potrebbe essere di nuovo in campo.</p>
<p style="text-align: justify;">I vertici del Pdci e del Prc avevano puntato tutto sull’accordo elettorale con il Pd, illudendosi di avere in saccoccia l’intesa con Bersani. Per “non disturbare il manovratore” si era rinunciato a condurre un’offensiva programmatica sul centro-sinistra e tentare di dare così un  po’ di contenuto al cosiddetto “fronte democratico”. Pur di garantirsi un “diritto di tribuna” nel nuovo Parlamento si è rinunciato a svolgere una battaglia per l’egemonia, a misurarsi insomma in un confronto programmatico vero, alla pari con le altre forze del centro-sinistra. Si è preferito arroccarsi nel “fortino minoritario” del “secondo cerchio” credendo di aver portato a casa in questo modo “la pelle”. Nelle ultime settimane Diliberto ha avvertito il pericolo di essere tagliati fuori. La sterzata a destra che ha imposto al congresso del Pdci concludendolo è stato però un tentativo tardivo e confuso di introdurre una correzione di linea. Infatti non si può stare fuori dall’accordo politico di governo, cioè solo in un’alleanza elettorale, e nel contempo impegnarsi di garantire la tenuta parlamentare della maggioranza stessa, senza per altro aver concordato un solo punto del programma.</p>
<p style="text-align: justify;">La subalternità della Fds al Pd, come la subalternità di Sel, anch’essa chiusa nel suo “fortino” delle primarie prescindendo dai programmi, hanno ulteriormente indebolito la sinistra, uscita già duramente battuta e divisa nelle elezioni politiche ed europee. È evidente che per il Pd è stato relativamente “facile”, in mancanza di una sinistra che seriamente lo incalzasse, prendere la grave decisione di sostenere un governo di larghe intese guidato dal moderato Monti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, errori esiziali si sono commessi a sinistra, ma sono errori che non attenuano le pesanti  responsabilità del Pd. Non so quale resistenza si sia prodotta negli organismi dirigenti del partito nel momento in cui ha imboccato con tanta sicurezza tale strada, al termine della quale potrebbe subire un ulteriore snaturamento dopo quello del Pci-Pds-Ds-Pd, trasformandosi definitivamente in un partito liberal-democratico  “che guarda a sinistra”. Vedremo nei prossimi giorni quali saranno le reazioni e i punti di resistenza, e se la sinistra del partito e le associazioni collaterali come l&#8217;Arci e l&#8217;Anpi saranno in grado a contrastare tale processo svolgendo almeno un ruolo di freno .</p>
<p style="text-align: justify;">La terza repubblica nasce pertanto sotto gli auspici più neri: una sinistra divisa e nuovamente battuta in tutte le sue diverse articolazioni e un Pd che intraprende invece un’avventura centrista senza pagare a sinistra dazio. Ma nonostante una disamina al quanto pessimista della situazione la partita non è chiusa. Non è infatti poi così facile lasciare fuori dalla terza repubblica le istanze del mondo del lavoro perché lo scontro nazionale e internazionale in atto è in primo luogo un duro conflitto di classe. E la lotta di classe non può essere abrogata da un voto quasi unanime del Parlamento o dalle istituzioni europee. È una contraddizione insanabile della società capitalistica destinata, con l’acutizzarsi della crisi economica, ad inasprirsi e a crescere  e vi sono ancora forze, come la Cgil, in grado di rappresentare la lotta dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-2-150x1501.jpg"><img class="alignleft" title="images-2-150x150" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-2-150x1501.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Occorre però che nelle prossime settimane si determino da subito due condizioni: a) la ripresa, partendo dalla costruzione di una forte opposizione al governo Monti, di processi unitari a sinistra, fino a configurare una vera e propria coalizione aperta al contributo dei democratici,  capace di rappresentare un’alternativa al neoliberismo, sia a quello aggressivo delle destre sia a quello più temperato delle forze centriste; b) la capacità di tenuta della Cgil alla quale la sinistra deve dare, proprio per contribuire a garantirne la tenuta, il suo pieno e convinto sostegno politico sulla base delle misure indicate nello sciopero generale scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte al duro scontro di classe in atto la rinascita della sinistra, possibilmente di un soggetto unitario, plurale e di massa, non può prescindere dalla centralità del tema dal lavoro che deve divenire, in questa nuova fase, la bussola di orientamento dell’iniziativa politica e sociale. La sinistra può ancora farcela a contrastare il disegno di espellere dalla terza repubblica le istanze del mondo del lavoro se sarà in grado da oggi, abbandonando minoritarismi e opportunismi, di costruire dall’opposizione un alternativa democratica che  governi la difficile transizione italiana.</p>
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		<title>Sommario</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 16:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia della sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[1) Giorgio Amendola, La lezione di un decennio (1960-70)
2) Luigi Longo, Palmiro Togliatti
3) Giorgio Amendola, Il balzo nel Mezzogiorno (1943-53)
4) Franco Iachini, Ambrogio Donini parla di Gramsci (Intervista-Video)
5) Guido Liguori, Le tante &#8220;rifondazioni&#8221; del Pci e la lezione che viene dalla storia
6) Roberto Gualtieri, Giorgio Amendola dirigente del Pci
7) Lucio Magri, Togliatti su Gramsci
8) Sandro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1) Giorgio Amendola, La lezione di un decennio (1960-70)</strong></p>
<p><strong>2) Luigi Longo, Palmiro Togliatti</strong></p>
<p><strong>3) Giorgio Amendola, Il balzo nel Mezzogiorno (1943-53)</strong></p>
<p><strong>4) Franco Iachini, Ambrogio Donini parla di Gramsci (Intervista-Video)</strong></p>
<p><strong>5) Guido Liguori, Le tante &#8220;rifondazioni&#8221; del Pci e la lezione che viene dalla storia</strong></p>
<p><strong>6) Roberto Gualtieri, Giorgio Amendola dirigente del Pci</strong></p>
<p><strong>7) Lucio Magri, Togliatti su Gramsci</strong></p>
<p><strong>8</strong><strong>) Sandro Valentini, Il movimento operaio italiano prima di Gramsci </strong></p>
<p><strong>9) Sandro Valentini, </strong><strong>Su “Il sarto di Ulm”: alcuni nodi di storia del Pci</strong></p>
<p><strong>10)</strong> <strong>Sandro Valentini,</strong> <strong>Appunti per una storia della nuova sinistra </strong></p>
<p><strong>11) Sandro Valentini, Il leninismo di Gramsci </strong></p>
<p><strong>12) Emanuele Pes e Sandro Valentini, La Sardegna di Renzo Laconi</strong></p>
<p><strong>13) Sandro Valentini, Una recensione di ventisei anni fa mai pubblicata  (1984-2011)</strong></p>
<p><strong>14) Gavino Piga e Sandro Valentini, Da Bad Godesberg a Berlino passando per Giorgio Amendola</strong></p>
<p><strong>15) Claudio Grassi, 1960: la rivolta di una generazione</strong></p>
<p><strong>16) Corrado Morgia, Il Pci e le scuole del partito</strong></p>
<p><strong>17) Franco Ferrari, Una lettura critica del libro &#8220;Ricostruire il Partito comunista&#8221;</strong></p>
<p><strong>18) Pier Paolo Pasolini, Roma così non l&#8217;avevo mai vista</strong></p>
<p><strong>19) Alyosha Mtella, Vesti la giubba di battaglia,  recensione al libro  di Colombara Filippo &#8211; DeriveApprodi<br />
</strong></p>
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		<title>Sommario</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 15:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dichiarazioni e interventi]]></category>

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		<description><![CDATA[- Intervento al Cpn del 23 e 24 settembre e gli emendamenti
- Intervento al Cpn del 9-10 luglio 2011
- La crisi del berlusconismo impone un aggiornamento di linea (Interevento al Cpn del 21-22 maggio 2011)
- Resta un dissenso: di sostanza e di metodo (Intervento Direzione del Prc del 15 marzo 2011)
- Dichiarazione di voto (Cpn [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- Intervento al Cpn del 23 e 24 settembre e gli emendamenti</p>
<p>- Intervento al Cpn del 9-10 luglio 2011</p>
<p>- La crisi del berlusconismo impone un aggiornamento di linea (Interevento al Cpn del 21-22 maggio 2011)</p>
<p>- Resta un dissenso: di sostanza e di metodo (Intervento Direzione del Prc del 15 marzo 2011)</p>
<p>- Dichiarazione di voto (Cpn 27-28 nivembre 2010)<a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2010/12/rifondazione-150x1502.gif"><img class="size-full wp-image-1720 alignleft" title="rifondazione-150x1502" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2010/12/rifondazione-150x1502.gif" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>- Due proposte per l&#8217;assemblea di &#8220;uniti a sinistra&#8221;</p>
<p>- Il veto del Prc alla richiesta del Mps di aderire al partito della Sinistra europea è un grave errore politico (2010)</p>
<p>- Un appello che non sia il solito appello (2010)</p>
<p>- Intervento e dichiarazione di voto al Cpn del Prc (aprile 2010)</p>
<p>- Intervento al Cpn del Prc (dicembre 2009)</p>
<p>- Intervento alla Direzione del Prc (giugno 2009)</p>
<p>- Intervento al Congresso del Prc di Chianciano (2008)</p>
<p>- Intervento al Cpn del Prc (maggio 2006)</p>
<p>- Intervento al Cpn del Prc (aprile 2006)</p>
<p>- Intervento alla Convenzione regionale (2003)</p>
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		<title>Intervento al Cpn del 23 e 24 settembre 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 11:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dichiarazioni e interventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo posto con forza nel Cpn precedente la necessità di svolgere il Congresso su un documento a tesi. Questa  era l’unica modalità corrispondente all’esigenza ormai non più procrastinabile del superamento delle aree e correnti di Chianciano che stanno tenendo ingessato il Partito e che hanno immiserito la dialettica interna e svilito il ruolo degli organismi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Avevo posto con forza nel Cpn precedente la necessità di svolgere il Congresso su un documento a tesi. Questa  era l’unica modalità corrispondente all’esigenza ormai non più procrastinabile del superamento delle aree e correnti di Chianciano che stanno tenendo ingessato il Partito e che hanno immiserito la dialettica interna e svilito il ruolo degli organismi dirigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il profondo mutamento del quadro politico economico e sociale internazionale, europeo e nazionale, la drammaticità della crisi che attanaglia il Paese accompagnata da una verticale caduta di credibilità del governo Berlusconi, un documento a tesi avrebbe  favorito la ricerca unitaria e coinvolto l’insieme del partito in un limpido confronto e dibattito politico. Per di più un Congresso a tesi sarebbe stato certamente in grado di interloquire positivamente con l’insieme delle forze democratiche e di sinistra per fronteggiare la drammatica crisi economica e sociale con adeguate proposte alternative di politica economica, di riforma dello Stato sociale e di rivitalizzazione della democrazia. Così purtroppo non è stato. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Teniamo un Congresso con tre documenti contrapposti e nell’ambito del documento di maggioranza, il primo, sono stati presentati ben sei emendamenti! Si è preferito tutto ciò per non mettere in discussione gli assetti di questi anni a discapito di un confronto che sarebbe stato molto più produttivo per il rilancio del Partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ora è inutile tornare su questioni che sono state già decise dal Cpn. Entro pertanto nel merito delle questioni <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/248612_10150192469584390_685944389_6686994_6487191_n1-150x150.jpg"><img class="alignleft" title="248612_10150192469584390_685944389_6686994_6487191_n1-150x150" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/248612_10150192469584390_685944389_6686994_6487191_n1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho sottoscritto il primo documento in quanto mi riconosco nel suo impianto. Ma insieme con altri compagni e compagne abbiamo presentato due emendamenti perché riteniamo la parte centrale del Documento, quella squisitamente politica, inadeguata.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima questione è quella del governo. Parafrasando il Vangelo è più facile per la Fds e per il Prc passare per la cruna di un ago che partecipare oggi a un governo, sia pur di centro-sinistra. Quindi la discussione tra noi non è tra “governasti” e “anti-governisti”. Non mi si faccia pertanto la lezioncina che non ci sono le condizioni politiche e programmatiche per una nostra partecipazione al governo. Non è che io sia velleitario o peggio un moderato e la Segreteria del partito sia invece realistica. No, non è questo il punto!</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto è come si costruisce una politica di massa, cioè in grado di parlare a grandi masse popolari. In mancanza di una politica di massa inevitabilmente si scivola su una posizione elitaria, minoritaria. Questo è il punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché considero esiziale, mortale, derubricare dal Congresso la questione del governo. Non c’è un nesso tra la nostra proposta del “fronte democratico” e quella, che condivido, delle “primarie di programma”. Non c’è legame, non c’è credibilità nella nostra volontà di una offensiva programmatica verso il Pd e il centro-sinistra se si esclude a priori una nostra possibilità di assumerci una responsabilità di governo nel caso che il confronto programmatico avvenga sul serio e abbia un buon esito. Sia il Pd a rifiutare le nostre proposte programmatiche, a dirci che non è possibile trovare un’intesa, non solo con noi, ma con i movimenti, con il sindacato, il movimento studentesco, i movimenti che hanno dato vita ai referendum.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il fronte democratico” è una proposta di subordine per battere e cacciare comunque Berlusconi, ma non con questa si aprono contraddizioni tra il popolo del centro-sinistra. Non  si compete in questo modo con Sel e non così si conquistano alla nostra linea i movimenti e si costruisce un percorso, fatto di obiettivi intermedi, per l’alternativa. Mi pare che si resti subalterni al Pd: noi non disturbiamo il manovratore in cambio di una manciata di deputati per avere in Parlamento “un diritto di tribuna!” E non so neppure se arriveremo alle elezioni con un accordo elettorale con il centro-sinistra.  Vedo un rischio grande di una nostra marginalizzazione non solo elettorale ma politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivo così al secondo emendamento collegato al primo: la questione dell’unità a sinistra e di un nuovo soggetto, unitario, plurale, di massa della sinistra anticapitalistica in Italia, sull’esempio della Linke, della Danimarca e di significative esperienze dell’America Latina.</p>
<p style="text-align: justify;">Io sono stato un sostenitore convinto della Fds. Ma oggi la discussione tra noi non può essere quella di due anni fa. A prescindere se si era per o contrari alla Fds oggi dobbiamo dirci, anche per pesanti nostra responsabilità – e non solo degli altri soci contraenti –, che la Fds è poco meno di un “cartello elettorale” che non è detto neppure che riesca a presentarsi alle elezioni politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è vero, nel Documento si dicono cose importanti per un suo rilancio. Ma queste proposte dovevano essere attuate nel corso di questi due anni. Senza gli altri contraenti, senza una loro volontà non si costruiscono le condizioni per rilanciare la Fds. Non mi pare che attualmente sia così. Il Pdci propone “l’unità dei comunisti” al centro del suo Congresso, gli altri due soggetti invece avanzano la proposta del Partito del Lavoro. E noi? Da un lato poniamo al centro della nostra proposta la “rifondazione della rifondazione comunista” e dall’altro lato rilanciamo una Fds a cui nessuno più crede e così facendo facciamo la “politica dello struzzo”: poniamo la testo sottoterra per non vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che al centro del nostro Congresso occorra mettere una iniziativa forte del partito per la costruzione di un soggetto nuovo della sinistra italiana, Una proposta aperta a tutti, non solo alle altre forze della Fds, ma anche a Sel, alla sinistra del Pd, alle forze sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il senso dell’emendamento. Poniamo una esigenza, non indichiamo delle modalità o un percorso. Non siamo così presuntuosi. Le modalità della costruzione di un nuovo soggetto unitario della sinistra italiana dovrebbe essere materia di dibattito congressuale. Con il nostro emendamento poniamo solo la questione che questo dibattito ci sia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché i nostri due emendamenti non hanno una valenza alternativa al Documento congressuale, ma sono un contributo al dibattito. Si può discutere al Congresso su questi temi, in libertà e senza militarizzare il Congresso? E nessuno ci venga a dire, come purtroppo è successo da questa tribuna, che i nostri ragionamenti sono una deriva ulivista, la brutta copia di quella che subimmo a Chianciano. Mi onoro di essere tra i fondatori del Partito, la mia storia dice ben altro! Non credo che sia necessario introdurre veleni di questo tipo per contrastare questi emendamenti. Il Partito non ha bisogno di tutto ciò, ma dell’insieme delle sue forze ed energie per tornare protagonista nella vita politica in Italia.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;">I NOSTRI EMENDAMENTI AL 1° DOCUMENTO</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il 23 e ilo 24 settembre si è svolto a Roma il Cpn del Prc che ha convocato l&#8217;VIII Congresso Nazionale che si svolgerà a Napoli dal 1 al 4 dicembre. Il Cpn si è concluso con la presentazione di tre Documenti congressuali. Il primo di maggioranza e gli altri due delle minoranze.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nell&#8217;ambito del 1° Documento sono stati presentati una serie di Emendamenti, due sostitutivi del testo congressuale, &#8220;Strategia per l&#8217;alternativa e questione del governo&#8221; e l&#8217;altro &#8220;Il Partito e la costruzione del soggetto unitario della sinistra&#8221; sono stasti presentati da alcuni compagni/e tra cui alcuni membri della Direzione Nazionale uscente, Bonadonna, Santilli, Valentini. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Si riporta qui di seguito integralmente i due Emendamenti.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Emendamenti al 1° Documento Congressuale</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">I Emendamento. Strategia per l’alternativa e questione del governo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La crisi di sistema richiede una nuova capacità di analisi e la costruzione di una strategia di trasformazione radicale della società, dell’economia e della politica. Le forze della sinistra hanno la necessità di mettersi all’altezza di questa crisi per impegnarsi nella costruzione di un soggetto politico  capace, anche nelle alleanze, di sfidare e competere per peso della rappresentanza e valore del programma con le forze progressiste democratiche e altresì sia in grado di indicare e sostenere un progetto di trasformazione nel medio periodo della società e di alternativa immediata nel governo de Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/rifondazione-150x1501.gif"><img class="alignright" title="rifondazione-150x1501" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/rifondazione-150x1501.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Non è sufficiente definire il rapporto con il Pd e le altre forze in ragione delle alleanze condizionate da una infame legge elettorale. Occorre promuovere un più stringente confronto programmatico che veda coprotagonisti il sindacato, il movimento studentesco e i grandi movimenti che hanno agito per promuovere i referendum e sono stati decisivi al loro straordinario successo. Un confronto sulle scelte di fondo e sui programmi con cui fare avanzare l’alternativa di società e impostare un’azione di governo che contrasti gli effetti devastanti che la crisi economica e la gestione liberista di essa producono sulla condizione sociale delle grandi masse popolari e delle stesse filiere produttive.</p>
<p style="text-align: justify;">È necessario incrinare e rompere quel sistema di pensiero unico che ha finito per rendere indistinguibile la destra dalla sinistra sul terreno delle scelte sociali, sulla concezione e la pratica della democrazia, sulla collocazione del Paese a fronte delle drammatiche scelte sulla pace e sulla guerra, sulle risorse del pianeta, sul rapporto tra libertà ed uguaglianza nell’epoca del capitalismo del mercato globalizzato e del dominio del capitale finanziario.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è sufficiente la rivendicazione della identità. La sinistra deve essere in grado di  rappresentare misure concrete di riforma della politica e della stessa concezione e pratica democratica dei partiti, rompendo la deriva plebiscitaria che ha fatto premio sulla cultura politica, ricostruendo valori e principi che motivano la comunità di donne e di uomini con la giusta ambizione di rappresentare un fattore di trasformazione nella società contro la deriva impolitica, leaderistica e qualunquista in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">La disponibilità comune a condurre la battaglia democratica per battere Berlusconi e il berlusconismo deve accompagnarsi alla sfida nel costruire il programma e la coalizione alternativa. Questa sfida non si concretizza solo con l’adozione del metodo delle primarie di programma come discriminante del progetto di una indistinta coalizione di centro-sinistra che innalza barriere discriminatorie a sinistra; tantomeno può reggere la proposta di partecipare alla coalizione democratica per battere Berlusconi sottraendosi alla eventuale assunzione di responsabilità di governo alla pari delle altre forze politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sfugge la complessità della situazione ne la pesantezza della ipoteca moderata derivante da venti anni di pensiero unico. Ma occorre sapere cogliere e fare pesare le spinte che vengono dalle lotte e dai movimenti per affermare che solo in una ottica antiliberista ed antimonetarista è possibile affrontare la crisi. Del resto, un processo di trasformazione radicale si concretizza  nel perseguimento di obiettivi immediati e di obiettivi intermedi che si collocano coerentemente nella strategia del cambiamento. Occorre essere consapevoli che questo processo si può oggi sviluppare tra forze contraddistinte da molte differenze su temi anche decisivi della politica di un Paese come l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non costituisce una posizione cosiddetta “governista”. Al contrario intende rappresentare la consapevolezza di una forza antagonista che si misura con la sfida del governo del Paese assumendo la categoria della egemonia nella battaglia culturale e politica con le altre forze alleate. Diversamente il Prc sarà risucchiato entro un circuito minoritario incapace di produrre effetti politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella stessa Federazione della Sinistra le posizioni esplicitate nella assemblea costitutiva del Partito del Lavoro e l’approccio che si manifesta all’interno del Pdci segnalano la necessità e l’urgenza del confronto sulla questione di un governo di alternativa, ma anche il rischio concreto di marginalità nella quale verrebbe ad essere collocato il Partito della Rifondazione Comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Rinunciare a questa sfida significa porsi in subalternità al centro-sinistra, al quale si chiederebbe la concessione alla Fds di una sorta di “diritto di tribuna” assolutamente ininfluente sulle scelte della politica. Occorre invece che le forze della sinistra di classe siano in grado, assumendo oggettivamente il Pd come interlocutore principale, di qualificarsi come soggetto unitario e plurale per impedire il riemergere di giochi politicisti e di potere che renderebbero  dentro il sistema bipolare sostenuto da soglie di sbarramento, premi di maggioranza e liste bloccate, equivalente l’opzione di sinistra e quella centrista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salvatore Bonadonna, Grazia Montoro,Vito Nocera, Andrea Pitoni,Linda Santilli, Sandro Valentini</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">II Emendamento. Il Partito e la costruzione del soggetto unitario della sinistra</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per rifondare le ragioni della rivoluzione sociale e il soggetto capace di perseguirla non si può prescindere dall’obiettivo primario della unità.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo e fondamentale obiettivo è quello di ricostruire l’unità delle classi lavoratrici rotta dalla ristrutturazione capitalistica, dalle forme della organizzazione del lavoro e del mercato del lavoro. Perseguire l’unità tra le forze politiche risulta un puro esercizio politicista se non si fonda sulla capacità di comporre quello che il capitalismo scompone nella fabbrica, nei posti di lavoro del capitalismo cognitivo e nella società attraverso la separazione tra la fase della produzione e quella della riproduzione, la precarizzazione del mercato del lavoro e la discriminazione nei confronti delle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla crisi sociale e alla scomposizione e precarizzazione del lavoro fa riferimento anche la divisione delle forze <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/0PB2LCAQYSJLYCA8TR0F8CAZR20NXCAQRP75ACATX3SHYCATYOCCLCAWRMQBRCAZETK4BCAPWQEABCAYH7MW4CAR2GE7ECAK4UBKECAIB824NCA144LEHCAS5KMBGCAX777GXCA0C3YNW.jpg"><img class="alignleft" title="0PB2LCAQYSJLYCA8TR0F8CAZR20NXCAQRP75ACATX3SHYCATYOCCLCAWRMQBRCAZETK4BCAPWQEABCAYH7MW4CAR2GE7ECAK4UBKECAIB824NCA144LEHCAS5KMBGCAX777GXCA0C3YNW" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/0PB2LCAQYSJLYCA8TR0F8CAZR20NXCAQRP75ACATX3SHYCATYOCCLCAWRMQBRCAZETK4BCAPWQEABCAYH7MW4CAR2GE7ECAK4UBKECAIB824NCA144LEHCAS5KMBGCAX777GXCA0C3YNW.jpg" alt="" width="106" height="80" /></a>politiche che si richiamano alla sinistra. La divaricazione nelle analisi dei processi di ristrutturazione capitalistica a livello nazionale ed internazionale e le scelte politiche compiute nel corso dell’ultimo ventennio hanno prodotto divisioni e la nascita di tante formazioni politiche; queste divisioni sono ormai oggettivamente un fattore che impedisce di reagire adeguatamente alla crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifondazione Comunista deve assumere con determinazione l’iniziativa per costruire un soggetto unitario, plurale e di massa della sinistra su una piattaforma programmatica di alternativa al capitalismo e al liberismo, al patriarcato e alla deriva populista e ademocratica delle istituzioni e del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">La ipotesi federativa, sperimentata con esiti assolutamente insoddisfacenti anche sul piano dei risultati elettorali, si manifesta ormai come alibi per gruppi dirigenti che perseguono non solo ipotesi politiche diverse ma, sostanzialmente, il proprio mantenimento; questo costituisce un ulteriore fattore della crisi della politica che la sinistra non può permettersi. Sinistra Ecologia e Libertà rappresenta l’altra faccia dello stesso processo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’obiettivo di recuperare una vera democrazia rappresentativa si nutre di questa proposta unitaria. Bisogna avere il coraggio di sfidare tutte le forze, comprese quelle della sinistra moderata, a confrontarsi su un programma di alternativa e su un sistema di regole capace di selezionare e promuovere gruppi dirigenti nuovi e giovani, maturati e sperimentati nelle lotte sociali, di lavoro e studentesche. Peraltro questo consentirebbe l’emergere di tutte quelle risorse femminili che spesso vengono mortificate dai tradizionali processi di selezione dei dirigenti per cooptazione degli omogenei.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo la costruzione di un processo unitario coincide anche con il superamento delle modalità con le quali si è strutturato il Prc. Nel partito si sono consolidate le modalità correntizie per la selezione dei gruppi dirigenti e si sono organizzati micro potentati locali legati prevalentemente alla rappresentanza nelle istituzioni. Il Prc, come la Federazione della Sinistra del resto, tende ad assomigliare più ad una società per azioni in cui ciascuno fa valere il proprio pacchetto azionario e agisce per patti ed accordi piuttosto che per programmi e progetti sottoposti al dibattito democratico svincolato dalla disciplina e dal peso specifico delle correnti. A questo bisogna opporre un modello cooperativo e solidale, la dimensione collettiva nella quale ciascuno e ciascuna siano protagonisti della comunità che si esprime nel partito politico necessario nella società attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Al bisogno e alla domanda di politica che sorge, anche in forme inedite, dalle lotte e dai movimenti, dalle contestazioni e dalla critica alle forme correnti della politica, si ha il dovere di rispondere con la proposta di costruzione di un nuovo soggetto politico unitario e plurale. Bisogna superare la fase alleantista, quella della Federazione a scopi puramente elettorali, quella che lascia immutato lo stato delle cose e per questo non si rende capace di produrre le rivoluzioni che proclama.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca di un compromesso con la sinistra moderata, necessario e possibile, può essere concepita, gestita e praticata solo in un rapporto di trasparenza e lealtà con l’area dei militanti e degli iscritti e quella delle lavoratrici e dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini ai quali e alle quali rivolgiamo la nostra proposta politica, il nostro progetto di trasformazione e la domanda di partecipazione attiva e critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salvatore Bonadonna, Grazia Montoro, Vito Nocera, Andrea Pitoni, Rosario Rappa, Linda Santilli, Sandro Valentini</strong></p>
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		<title>Forma e sostanza di una linea politica</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 11:34:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sandro Valentini, Blog, 28 ottobre 2011
Mi pare che abbia ragione sul piano puramente formalmente Grassi a sostenere, nel suo blog, che dal Congresso del Pdci non sia emerso nulla di nuovo. Che &#8220;fin troppo  rumore” si è fatto su l’intervento di Diliberto e sulle conclusioni del Congresso. Che il Pdci affermi le stesse cose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>di Sandro Valentini, Blog, 28 ottobre 2011</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi pare che abbia ragione sul piano puramente formalmente Grassi a sostenere, nel suo blog, che dal Congresso del Pdci non sia emerso nulla di nuovo. Che &#8220;fin troppo  rumore” si è fatto su l’intervento di Diliberto e sulle conclusioni del Congresso. Che il Pdci affermi le stesse cose del Prc è vero: occorre chiudere un accordo con l’Ulivo per battere le destre e che questo accordo deve prevedere dei punti programmatici per la Fds significativi, anche se non vi sono le<a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-4.jpg"><img class="alignleft" title="images (4)" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-4.jpg" alt="" width="249" height="194" /></a> condizioni di una sua partecipazione al governo. Come è vero – rammenta sempre Grassi – che quando Diliberto pone, con molta enfasi, la necessità che la Fds dovrà assumersi la responsabilità di garantire la tenuta della maggioranza e della legislatura, anche di fronte a provvidenti e scelte nettamente contrari alla sua impostazione politica, sostiene  una posizione, sia pur nei toni alta, che prima di lui Ferrero aveva sostenuto pubblicamente e in riunioni del Cpn del partito, senza però suscitare tutto questo clamore.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose, dunque, messe così, sono chiare, lineare e prive di contraddizioni; ma  Grassi si stupisce come mai invece il Congresso del Pdci abbia, su questa precisa questione, nervo scoperto della Fds, suscitato tante reazioni, molte della quali – e sono d’accordo con lui – scomposte. A me pare che lo stupore sia dovuto a un dato politico elementare: Grassi ha formalmente ragione, ma non nella sostanza politica. Cerco di spiegarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">A)  Nessuno può dire oggi se i parlamentari della Fds, saranno decisivi o no per formare una maggioranza di centro-sinistra. Dunque, è evidente che Diliberto (e forse anche Ferrero è della stessa opinione ma non può essere altrettanto esplicito per problemi interni di partito) propone non un accordo elettorale e programmatico su alcuni punti significativi, bensì un accordo politico, sia pur camuffato: stare in maggioranza ma non al governo. Ma se è così non si comprende perché la questione non la si affronti alla luce del sole, attraverso un confronto programmatico serrato con l’Ulivo invece di rifugiarsi in futili tatticismi. Paradossalmente questa è una” linea di destra”: far parte cioè di una maggioranza senza una vera trattativa programmatica. Essere vincolati alle scelte del centro-sinistra senza neppure averle discusse e condivise. A meno che, furbescamente un po’ tutti, prima delle elezioni si dica una cosa per farne un’altra immediatamente dopo. Per esempio un Ulivo che chiude un patto di governo con l’Udc e la Fds che si colloca conseguentemente all’opposizione. Se è questo lo scenario che si ha in testa è giusto allora che gli elettori, “il popolo di <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-3.jpg"><img class="alignright" title="images (3)" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-3.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>sinistra” per intenderci, a cui tutti dicono di voler rivolgersi, sappiano bene come sono messe le cose: la Fds per ottenere un “diritto di tribuna” nel nuovo parlamento sarebbe pronta a favorire operazioni neocentriste e il Pd avrebbe solo questa strategia come unica vocazione politica.</p>
<p style="text-align: justify;">B)   Dice Grassi, confermando ciò che  è scritto nel Documento congressuale della maggioranza del Prc e ribadendo la posizione di Diliberto, l’intesa che ricerchiamo con l’Ulivo non è solo un accordo di natura democratica. Ci interessa anche il programma. Addirittura il Prc lancia l’idea delle “primarie di programma”. Ma come è possibile produrre un’offensiva programmatica se non ci mettiamo seduti con Pd, Idv e Sel al tavolo programmatico (e non è vero che sono gli altri che non ci vogliano, ma siamo noi che abbiamo deciso di non andarci) e non portiamo lì le istanze dei movimenti e del sindacato; anzi non poniamo lì la questione che il programma si fa non prescindendo da un rapporto con movimenti e sindacato, che vanno coinvolti nella sua stesura e definizione. Come si fa a chiedere all’Ulivo le primarie di programma se ci poniamo fuori da questa discussione illudendoci di poter strappare qualche punto programmatico significativo solo dopo, a programma dell’Ulivo definito?</p>
<p style="text-align: justify;">C)   Diliberto dice di non aver dubbi sulla scelta del <em>premier. </em>In caso di primarie tra Bersani e Vendola sostiene &lt;&lt;<em>non ho dubbi, scelgo Vendola</em>&gt;&gt;. D’accordo.Intanto mi piacerebbe sapere quale è la posizione di Ferrero e Grassi a proposito, ma soprattutto vorrei ricordare a Diliberto che mi pare difficile per la Fds partecipare alle primarie per la scelta del <em>leader</em> senza aver prima partecipato al confronto programmatico delle forze che sostengono l’Ulivo. Non funziona così e se qualcuno crede che funzioni così saranno proprio il Pd e Sel a spiegarci che non abbiamo diritto di<a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-2.jpg"><img class="alignleft" title="images (2)" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images-2.jpg" alt="" width="290" height="174" /></a>mettere il becco sulla candidatura del <em>premier</em> in quanto siamo fuori dalla coalizione di governo. Siamo soli e soletti in un altro cerchio, quello del semplice accordo democratico, se tutto andrà bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque nulla di nuovo dal Congresso del Pdci. Grassi ha ragione, ma è proprio questo ciò che più inquieta. Tutti i tre soggetti che compongono la Fds, Prc, Pdci, Pdl, hanno rinunciato a costruire un nuovo soggetto,  unitario e plurale, tramite la pratica del federarsi, della sinistra. Tutti hanno deciso di imboccare un’altra strada, di darsi una diversa strategia: la “<em>rifondazione della rifondazione comunista</em>”, la “<em>ricostruzione di un partito comunista</em>” il cui primo passo dovrebbe essere l’unificazione tra Prc e Pdci, il “<em>Partito del lavoro</em>”, fortemente radicato nel mondo del lavoro e alla realtà di massa della Cgil. Nessuno, ovviamente, si espone a dichiarare che la Fds è superata, ma tutti sono consapevoli che la Fds, per come è nata (una sommatoria amministrativa tra gruppi dirigenti dei partiti e delle loro correnti), non è l’avvio della costruzione di un nuovo soggetto politico, ma più semplicemente è un “cartello elettorale” della cui tenuta, da qui alle elezioni politiche, non si è neppure del tutto certi  e che è destinato forse a sciogliersi all’indomani del voto, una volta garantito un “diritto di tribuna” per tutti i partiti da cui è composta la Fds e le loro principali correnti interne.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso non vedo, neppure da <em>Essere Comunisti</em>, un colpo di reni, una volontà di correggere e modificare tale andamento, che anche il Congresso del Pdci ha ampiamente confermato. Da qui la volontà di presentare due emendamenti, proprio perché nel dibattito in corso a sinistra il tema del “<em>governo della transizione</em>”, che prevede una impegnativa e grande battaglia per l’egemonia, e quello della necessità storica della costruzione di un nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, in grado di raccogliere le istanze in primo luogo del mondo del lavoro, non siano completamente derubricati dal dibattito congressuale.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi ultimi giorni si è discusso molto e a volte a sproposito del pericolo di essere rinchiusi in un recinto. Per quanto mi riguarda non intendo farmi rinchiudere in nessun recinto: né in quello delle compatibilità neoliberiste e monetariste di un capitalismo aggressivo, accettando l’idea “governista” del comunque al governo in un rapporto di subalternità con il Pd, né quello dell’antagonismo sociale per l’antagonismo (tra l’altro la storia del movimento operaio è ricca di esperienze antagoniste e conflittuali incapaci però di porsi in concreto la questione rivoluzionaria della transizione dal capitalismo al socialismo), il cui sbocco inevitabile è il minoritarismo,  l’incapacità  cioè di porsi obiettivi intermedi, di spostare avanti nella “<em>guerra di posizione</em>”, nella terra di nessuno, casematte e trincee, in attesa che si determino le condizioni per una ripresa di una “<em>guerra di movimento</em>”. Insomma, un certo antagonismo che si affida alla sola azione del movimento per il movimento  per mascherare la totale assenza di una “teoria rivoluzionaria” e la sua conseguente dipendenza dal sistema economico e politico dominante: al capitalismo. I mali di sempre della sinistra: l’opportunismo di destra, che ad arte camuffa le carte facendo coincidere la “cultura del governo” con le pratiche “governiste”, e il massimalismo, il minoritarismo di sinistra, fino a forme di un settarismo esasperato, supportato da certezze ideologiche che non si traducono mai in iniziativa politica per modificare i rapporti di forza esistenti. Sono le due facce della stessa medaglia di cui pare malata, senza la possibilità di guarigione, la sinistra italiana: dalla sinistra del Pd alla Fds. Pare che della lezione storica del Pci si sia presa la parte peggiore (quella degli <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images3.jpg"><img class="alignright" title="images" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images3.jpg" alt="" width="258" height="196" /></a>ultimi anni) regredendo a politiche centriste, come quella craxiana e prima ancora all’esperienze socialdemocratiche saragattiane, o alla cultura antagonista e movimentista del ’77. L’insegnamento che anche una piccola forza può divenire un grande movimento di massa se non ha la vocazione minoritaria, se si attrezza per una politica di massa e coerentemente si applica per realizzarla, pare oggi seppellito con la storia straordinaria del Pci e del suo storico gruppo dirigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Però le compagne e i compagni che hanno presentato gli emendamenti non demordono. Anche per questo chiediamo un sostengo nei Congressi. Per segnare un avvio di discontinuità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Il treno da prendere</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 11:37:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sandro Valentini , Blog  14 ottobre 2011
Il cuore del ragionamento di Bertinotti nell’editoriale su “Alternative per il socialismo” e ripreso con forza nell’intervista a “Il Manifesto” di Loris Campetti è: &#60;&#60;La scelta di entrare nel recinto che può segnare la morte della politica. Io non credo all’arroccamento, al minoritarismo di chi vuole costruire un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>di Sandro Valentini , Blog  14 ottobre 2011</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il cuore del ragionamento di Bertinotti nell’editoriale su “<em>Alternative per il socialismo</em>” e ripreso con forza <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/snoopy_macchina_scrivere-150x1501.jpg"><img class="alignleft" title="snoopy_macchina_scrivere-150x1501" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/snoopy_macchina_scrivere-150x1501.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>nell’intervista a “<em>Il Manifesto</em>” di Loris Campetti è: &lt;&lt;<em>La scelta di entrare nel recinto che può segnare la morte della politica. Io non credo all’arroccamento, al minoritarismo di chi vuole costruire un soggetto antagonista che si chiama fuori alzando la bandiera antisistema. La dimensione di scala è essenziale, devi porti il problema di incidere sulle scelte rompendo il recinto… per abbattere il recinto e liberare la politica serve potenza politica e sociale. Non puoi rifiutare da solo la lettera della Bce, devi fare connessioni, costruire coalizioni sociali e per farlo devi respirare lo spirito della rivolta</em>.&gt;&gt;</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, salire sul treno in corsa del centro-sinistra, almeno così come si sta delineando, non ci interessa, per le stesse ragioni che sostiene Bertinotti, ma anche restare fermi alla stazione, confusi, senza saper dove andare, nonostante la certezza della nostra identità comunista e di essere un soggetto antagonista e antisistema, si rischia di restare chiusi in un recinto politico del tutto ininfluente.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora un treno occorre prenderlo sapendo bene in quale direzione andare. Un treno che la sinistra possa guidare e stabilirne la velocità. Fuori da metafora, prendere il treno che riproponga una visione socialista per il XXI secolo. Uscire dal dilemma, insomma, restare fermi, appiedati alla stazione esaltando la nostra “alternatività” o salire su un treno governato dalle ricette neoliberiste, sia pur in modo temperato.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il nodo politico non da niente che i congressi del Prc e del Pdci dovranno affrontare e sciogliere, che Sel ha risolto  in termini politicistici puntando tutto sul leaderismo di Vendola e che Bertinotti affronta con l’idea, che indubbiamente ha un suo fascino e una base di verità, di entrare in simbiosi &lt;&lt;<em>con lo spirito della rivolta</em>&gt;&gt; dei  movimenti anche a costo di &lt;&lt;<em>saltare un giro</em>&gt;&gt; politico ed elettorale. Ed è proprio su questo punto che dissento da Bertinotti anche se riconosco che il suo &lt;&lt;<em>saltare un giro</em>&gt;&gt; è polemicamente  rivolto soprattutto a Sel, cioè alla posizione &#8220;governista&#8221; che essa ha assunto.  Bertinotti infatti,  partendo da un’analisi senz’altro acuta di una politica e quindi di una democrazia che subisce contemporaneamente il doppio attacco di essere dal basso contestata dai movimenti in quanto  è tutta chiusa in un recinto, quello neoliberista nel quale le istanze sociali appunto di cui sono portatori i movimenti  non sono rappresentate, e dall’alto delegittimata da potenti centrali <em>ademocratiche</em>, come la Bce,  affida il futuro delle sorti della sinistra italiana (ed europea)  un po’ troppo alla possibilità (e persino alla capacità) di questi (o meglio &lt;&lt;<em>del movimento dei movimenti</em>&gt;&gt;) di divenire  il grimaldello con il quale avviare il processo di rifondazione della sinistra attraverso la scomposizione delle attuali formazioni: dalla Fds al Pd (passando per Idv). L&#8217;’obiettivo di Bertinotti di costruire, nel vivo delle lotte anche aspre, appunto delle “<em>rivolte</em>”, un nuovo soggetto politico della sinistra italiana, è ovviamente anche il nostro. Per questa ragione tutti gli steccati devono essere abbattuti a iniziare da quello delle “<em>due sinistre</em>”. Ma la sua idea, suggestiva e condivisibile, non tiene  però sufficientemente conto che un tale processo di scomposizione e ricomposizione non può essere consegnato alla sola azione dal basso dei movimenti. Occorre che si formi un nuovo gruppo dirigente  diffuso che governi e guidi tale processo: un gruppo dirigente (Gramsci avrebbe detto un &#8220;<em>moderno principe</em>&#8220;) selezionato nel duro conflitto sociale e di classe in atto nel Paese e capace di rappresentare e di interpretare in termini politici e quindi anche nelle istituzioni le istanze del lavoro; anzi che abbia come bussola d’orientamento la contraddizione affatto superata o attenuata tra capitale e lavoro. Insomma, un nuovo soggetto politico della sinistra lo si costruisce partendo dalla testa, sia pur una testa in stretta connessione con i movimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione abbiamo presentato al Cpn del Prc due emendamenti al documento di maggioranza, uno sulla questione del governo e l’altro sulle prospettive della sinistra. Perché su questi temi si dibatte e si divide oggi la sinistra. Non ci illudiamo che con i nostri due emendamenti di dare tutte le risposte che occorre dare per fare dei significativi passi avanti nei processi unitari a sinistra. Non abbiamo la ricetta bella e pronta. Abbiamo semplicemente voluto con la nostra scelta fare in modo che questi due temi non siano derubricati dal dibattito congressuale, che siano invece riproposti all’attenzione delle compagne e compagni, dentro e fuori il Prc, dentro e fuori la Fds. Se otterremmo questo obiettivo ci riterremmo già soddisfatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/pdci_prc5010-150x150.jpg"><img class="alignright" title="pdci_prc5010-150x150" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/pdci_prc5010-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Si parte dalla considerazione che non sia sufficiente appunto la rivendicazione della identità e dell’antagonismo. Crediamo che la sinistra debba rappresentare misure concrete di riforma della politica, rompendo la deriva plebiscitaria e ricostruendo valori e principi che motivano la comunità di donne e di uomini con la giusta ambizione di rappresentare un fattore di trasformazione nella società contro la deriva impolitica, leaderistica e qualunquista in atto. Pertanto, la disponibilità comune a condurre la battaglia democratica per battere Berlusconi e il berlusconismo deve accompagnarsi alla sfida nel costruire il programma e la coalizione alternativa. Questa sfida non si concretizza solo con l’adozione del metodo delle primarie di programma come discriminante del progetto di una indistinta coalizione di centro-sinistra; tantomeno può reggere la proposta di partecipare alla coalizione democratica per battere Berlusconi sottraendosi alla eventuale assunzione di responsabilità di governo alla pari delle altre forze politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Burgio e Grassi in un recente articolo apparso anche questo su “<em>Il Manifesto</em>” hanno proposto di &lt;&lt;<em>invadere il campo del centro-sinistra per liberare la sinistra</em>&gt;&gt; per farla uscire dal minoritarismo. L’emendamento da noi proposto va appunto nella direzione da loro indicata. Siamo d’accordo. Per questo avremmo voluto maggiore coraggio e determinazione da parte loro nel Cpn  per giungere a un documento congressuale più chiaro, coerente e determinato sul tema della proposta politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sfugge la complessità della situazione ne la pesantezza della ipoteca moderata derivante da venti anni di pensiero unico. Ma occorre sapere cogliere e fare pesare le spinte che vengono dalle lotte e dai movimenti per affermare che solo in una ottica antiliberista ed antimonetarista è possibile affrontare la crisi. Del resto, un processo di trasformazione radicale si concretizza  nel perseguimento di obiettivi immediati e di obiettivi intermedi che si collocano coerentemente nella strategia del cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra non è una posizione “governista”. Al contrario intende rappresentare la consapevolezza di una forza di sinistra che si misura con la sfida del governo del Paese assumendo la categoria della egemonia nella battaglia culturale e politica con le altre forze alleate. Ecco perché la questione del rapporto con il Pd e le altre forze del centro-sinistra si pone a prescindere da una infame legge elettorale. Per questo chiediamo un  stringente confronto programmatico con il centro-sinistra che veda coprotagonisti il sindacato, il movimento studentesco e i grandi movimenti che hanno agito per promuovere i referendum e sono stati decisivi al loro straordinario successo. Un confronto sulle scelte di fondo e sui programmi con cui fare avanzare l’alternativa di società e impostare un’azione di governo che contrasti gli effetti devastanti che la crisi economica e la gestione liberista di essa producono sulla condizione sociale delle grandi masse popolari. Insomma, chiediamo al Prc e alla Fds una politica non elitaria, ma in grado di parlare ed entrare in connessione con i movimenti e il “popolo della sinistra”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per realizzare però tale politica occorre un soggetto unitario della sinistra. Questo è l’altro tema della nostra iniziativa emendataria. Questo è l’altro tema della nostra iniziativa emendataria. Per rifondare le ragioni della rivoluzione sociale e il soggetto capace di perseguirla non si può prescindere dall’obiettivo primario della unità. La divaricazione nelle analisi dei processi di ristrutturazione capitalistica a livello nazionale ed internazionale e le scelte politiche compiute nel corso dell’ultimo ventennio hanno prodotto divisioni e la nascita di tante formazioni politiche a sinistra; queste divisioni sono ormai oggettivamente un fattore che impedisce di reagire adeguatamente alla crisi. Pertanto l’emendamento propone che il Prc deve assumere con determinazione l’iniziativa per costruire un soggetto unitario, plurale e di massa della sinistra su una piattaforma programmatica di alternativa al capitalismo e al liberismo, al patriarcato e alla deriva populista e <em>ademocratica</em> delle istituzioni e del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">La ipotesi federativa sperimentata ha dato esiti assolutamente insoddisfacenti, anche sul piano dei risultati elettorali, Per questo la costruzione di un processo unitario coincide anche con il superamento delle modalità con le quali si è strutturato il Prc e la stessa Fds. Al bisogno e alla domanda di politica che sorge, anche in forme inedite, dalle lotte e dai movimenti, dalle contestazioni e dalla critica alle forme correnti della politica, si ha il dovere di rispondere con la costruzione di un nuovo soggetto politico unitario e plurale capace di raccogliere la sfida di riproporre, dopo l’esperienza socialdemocratica e comunista del Novecento, un idea forte di socialismo per il XXI secolo. Un’idea del socialismo fondata sul valore del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si questo treno tutti dovrebbero salire.</p>
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		<title>Forse qualcosa si muove a sinistra. Sarà così?</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 17:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[(Blog, 12 settembre 2011)
A sinistra siamo ormai ai congressi. Il Prc e il Pdci sono infatti impegnati nei prossimi mesi a svolgere i rispettivi congressi per tentare di dare se non un futuro almeno qualche certezza in più alla Fds e alla sinistra anticapitalista che non gode di buona salute, anzi è in uno stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>(Blog, 12 settembre 2011)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A sinistra siamo ormai ai congressi. Il Prc e il Pdci sono infatti impegnati nei prossimi mesi a svolgere i rispettivi congressi per tentare di dare se non un futuro almeno qualche certezza in più alla Fds e alla sinistra anticapitalista che non gode di buona salute, anzi è in uno stato di agonia e rischia di perire.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di definire un progetto di rilancio della sinistra anticapitalistica in Italia e in Europa nella fase più acuta di una crisi economica, finanziaria e sociale che è stata giustamente definita crisi strutturale del capitalismo: crisi di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">La globalizzazione ha infatti messo prima in discussione tutti i vecchi rapporti di forza che si erano affermati e consolidati a conclusione del secondo conflitto mondiale e che avevano come perno fondamentale da una parte la politica imperialistica statunitense e dall’altra parte la divisone del mondo in due campi di influenza, quello capitalistico e quello che ruotava sull’Urss e il “campo socialista”; poi con l’89 e la disfatta del “campo socialista” vi è stato un risorgere e un accentuarsi crescente di contraddizioni non controllabili: interimperialistiche e intercapitalistiche,  inasprimento della competizione monopolistica,  divario tra nord e sud, conflittualità tra Occidente e l’Islam (con il diffondersi del fondamentalismo). Ma soprattutto si è determinata  una divisione del ciclo produttivo con il “ciclo ricco” dei processi di terziarizzazione e di finanziarizzazione dell’economia dislocato in Occidente, e il “ciclo povero”  della produzione manifatturiera e dell’estrazione della materie prime e delle risorse  dislocato in particolare in quella parte del mondo che ha conosciuto un formidabile impulso all’industrializzazione. Si è registrato così quel paradossale fenomeno sociale per cui la classe operaia nell’avanzato e maturo Occidente capitalistico si è notevolmente ridotta – anche se il processo di proletarizzazione e precarizzazione dei ceti medi così come lo aveva previsto Marx non accenna a fermarsi e insieme al drammatico fenomeno dell’immigrazione costituisce la base di formazione di un proletariato urbano, anche se la sinistra incontra grandi difficoltà a organizzarlo sia in termini politici che sindacali – , mentre in tutto il resto del mondo è notevolmente cresciuta. Anzi vi sono più operai nel mondo oggi che trent’anni fa!  E tutto ciò alla faccia dei “teorici della crisi post-capitalistica” che per anni hanno sbandierato l’anacronismo di Marx con l’esaurimento del ruolo centrale e rivoluzionario della classe operaia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il “ciclo produttivo ricco”, di terziarizzazione e di finanziarizzazione dell’economia per essere veramente tale deve perpetuare una politica di rapina imperialistica sul resto del mondo che oggi non è più possibile attuare, almeno nelle forme di sfruttamento che abbiamo conosciuto nel passato. Paesi industriali emergenti come  Cina, India, Brasile, Sud Africa e il ruolo di grande potenza politica, militare e di controllo di una parte consistente delle riserve strategiche energetiche che continua a svolgere la Russia, impediscono ai paesi a capitalismo maturo di poter contare su livelli di ricchezza e di consumo al di sopra delle loro attuali possibilità produttive. L’Occidente, Usa ed Europa in primo luogo, vivono oggi molto al di sopra delle loro possibilità e per poterlo fare si sono fortemente indebitati proprio con i paesi emergenti di nuovo industrializzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Con una popolazione mondiale giunta a sette miliardi di persone ci vorrebbero diversi pianeti Terra se tutti consumassero risorse sui livelli di spreco raggiunti dagli statunitensi e dagli europei. Da qui la necessità politica, storica, di un diverso modello di sviluppo, del socialismo appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro complessivo si comprendo le “fortune” politiche di questi anni delle teorie neoliberiste. Sono la risposta del capitalismo alla sua crisi strutturale, l’unica che sa dare e che può prendere in considerazione. L’obiettivo e di mantenere alti i livelli di consumo in Occidente, ma siccome non è più possibile scaricare tutti i costi di “tale benessere” sul resto del mondo si comprime lo Stato sociale fino a smantellarlo. Così si riducono stipendi e  salari proletarizzando la società occidentale introducendo forme nuove di sfruttamento e sopprimendo diritti conquistati nel corso di dure lotte e conflitti sociali. Si mette insomma da parte del capitalismo stesso in discussione la sua presunta superiorità di produrre benessere per tutti, cioè l’idea di essere il migliore dei mondi possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è così con la globalizzazione e la crisi determinata una frattura sempre più profonda tra una esigua minoranza sempre più ricca, che continua a consumare risorse con le quali sarebbe possibile sfamare l’intero pianeta, e una maggioranza della popolazione in crescente difficoltà, con un aumento drammatico della povertà, dei disoccupati, dei precari.</p>
<p style="text-align: justify;">La definizione di un progetto di rilancio della sinistra, in particolare su scala europea, non può quindi prescindere  dalle cause strutturale della crisi del capitalismo. Una politica di riforme che vada nella direzione di realizzare un diverso modello di sviluppo sostenibile si afferma attraverso un durissimo scontro politico e di classe sul decisivo nodo di una diversa e più equa distribuzione della ricchezza. Un pacchetto di riforme,  imposte sui grandi patrimoni e sulla rendita finanziaria, nazionalizzazione di settori strategici dell’economia e della finanza, lotta all’evasione fiscale, alla criminalità organizzata internazionale, alle caste (politiche, dei mezzi di comunicazione, dei manager, dello spettacolo, dello sport, ect.), non è la semplice riproposizione di una politica riformista, ma una politica rivoluzionaria all’altezza dei drammatici problemi di oggi. Ecco perché giustamente si indica, come ha fatto Fidel Castro, nel socialismo del XXI secolo il futuro dell’umanità, consegnando alla storia sia l’esperienza delle socialdemocrazie che quella del movimento comunista, entrambe esauritisi nel corso del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutto ciò però nel Prc e nel Pdci non si parla, non si discute. Si fatica anche a definire una proposta politica adeguata alla fase. La vicenda sulla manovra finanziaria è l’ennesima conferma non solo della iniquità del governo Berlusconi, un governo illiberale e antipopolare che pur di tutelare la grande ricchezza (vedesi in modo emblematico la vicenda di introdurre una timidissima patrimoniale e l’attacco all’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori) sta portando il Paese alla bancarotta, ma anche per via dello stato confusionale in cui versa (è stato costretto al voto di fiducia sulla manovra finanziaria per restare in piedi). Occorrerebbe una proposta di ben più ampio respiro politico della Fds per incalzare il centro-sinistra e il Pd, per un’alternativa allo stato vigente; come occorrerebbe stabilire con la Cgil un  rapporto costruttivo e di sostegno verso le battaglie che conduce invece di avventurarsi in modo ondivago – spesso schizofrenico –  in analisi e prese di posizioni minoritarie molto poco credibili. Tra l’accordo del 28 di giugno e lo sciopero del 6 settembre si è stati in grado di dire di tutto e il contrario di tutto sulla Cgil precipitando qualche volta anche nel ridicolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/50315_86565816174_4558093_n-150x1501.jpg"><img class="alignleft" title="50315_86565816174_4558093_n-150x150" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/50315_86565816174_4558093_n-150x1501.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nonostante una situazione molto poco edificante qualcosa di nuovo però si muove nella Fds ridotta ormai a un poco efficace “cartello elettorale”. È in atto un processo di unificazione tra Socialismo 2000 e Lavoro e Solidarietà per dar vita a un movimento che abbia come obiettivo la formazione di un Partito del lavoro. La proposta va appunto nella direzione della costruzione di una moderna sinistra che riproponga in forme nuove  la possibilità di superare il capitalismo con il socialismo. Un progetto dunque che dovrebbe interessare tutta la Fds. Ma così purtroppo non è. Infatti la proposta di Salvi e di Patta non è al centro del dibattito congressuale di ambedue i partiti che invece intendono incamminarsi su sentieri ciechi già battuti. Il  Prc vorrebbe rilanciare la “rifondazione della rifondazione comunista” mentre il Pdci punta alla costruzione di un nuovo partito comunista che dovrebbe avere nell’unificazione proprio tra i due partiti comunisti delle solide fondamenta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vedo dunque nulla di buono all’orizzonte, né per  la Fds né per i due partiti comunisti. La crisi strutturale del capitalismo, la situazione sociale e politica dell’Europa e del Paese ci dicono però che vi è uno spazio enorme per il formarsi, come in Germania, di una Sinistra europea in grado di svolgere un ruolo politico non marginale. Il rischio per l’Italia è che questa si manifesti in forme distorte, di subalternità al Pd nel caso di Sel o nella residualità nel caso delle formazioni comuniste. All’iniziativa di Socialismo 2000 e di Lavoro e Solidarietà deve andare quindi pieno sostegno con la consapevolezza però che le forze in campo per dare corpo e gambe al Partito del lavoro sono ancora molto esigue.  Occorre che nel Prc e nel Pdci si apra con i congressi un dibattito vero.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà così?</p>
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		<title>Sommario</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 20:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[- Ariel, Oltre il debito, una politica economica per uno sviluppo dell&#8217;Europa
- Sandro Valentini, Che si discuta su questa Europa
- AA. VV. &#8220;Per un&#8217;Europa libera e unita (Manifesto di Ventotene)
- Sandro Valentini, Il veto del Prc alla richiesta del Mps di aderire al partito della Sinistra europea è un grave errore politico
- Sandro Valentini, Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>- Ariel, Oltre il debito, una politica economica per uno sviluppo dell&#8217;Europa</strong></p>
<p><strong>- Sandro Valentini, Che si discuta su questa Europa</strong></p>
<p><strong>- AA. VV. &#8220;Per un&#8217;Europa libera e unita (Manifesto di Ventotene)</strong></p>
<p><strong>- Sandro Valentini, Il veto del Prc alla richiesta del Mps di aderire al partito della Sinistra europea è un grave errore politico</strong></p>
<p><strong>- Sandro Valentini, Per la Costituente europea</strong></p>
<p><strong>- Sandro Valentini, Niente di nuovo dalla Casa Bianca<br />
</strong></p>
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		<title>Oltre il debito, una politica economica per lo sviluppo dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 13:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ariel, pubblicato su “Essere Comunisti”, giugno 2011

L’istituzionalizzazione dell’austerità economica, a cui gli Stati dell’eurozona hanno deciso di dare corso, riuscirà a distruggere quel po’che è rimasto della legittimazione politica dell’Unione Europea.
Henry Farrell e John Quiggin – How to Save the Euro and the EU. Reading Keynes in Brussels, Foreign Affairs, May-June 2011. 
 
Che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>di Ariel, pubblicato su “Essere Comunisti”, giugno 2011</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><em>L’istituzionalizzazione dell’austerità economica, a cui gli Stati dell’eurozona hanno deciso di dare corso, riuscirà a distruggere quel po’che è rimasto della legittimazione politica dell’Unione Europea</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Henry Farrell e John Quiggin – How to Save the Euro and the EU. </strong><strong>Reading Keynes in Brussels, <em>Foreign Affairs</em>, May-June 2011. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-3967" title="images" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images.jpeg" alt="" width="253" height="199" /></a>Che l’Europa si stia dibattendo nel cercare di arginare gli effetti della crisi economica internazionale è un fatto, ma che le difficoltà che in questo processo stanno emergendo siano in buona misura il prodotto di una storia antica, è un altro fatto. Quando le cronache economiche dell’ultimo recente periodo certificano l’esistenza di una ripresa della crescita europea, ma anche il netto profilarsi di “due velocità” di crescita, ci viene infatti ricordato che nell’Unione esistono un “centro” ed una “periferia”, e a maggior ragione da quando è stata sancita l’introduzione della moneta unica. Se non si è disposti a riconoscere questa realtà e, soprattutto, a condurre il ragionamento sulla crisi in atto a partire da questa realtà, sarà perfettamente inutile discettare di “ricette” salvifiche su come irrobustire l’euro e difendere i suoi membri dalla speculazione, che è sempre in agguato.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi UE del 24 – 25 marzo scorsi, si è pensato bene di portare avanti il processo di rafforzamento dei pilastri che debbono garantire la buona salute dell’intera area, ed è così stato varato un Patto Euro Plus (PEP), che nel perseguimento degli obiettivi di stimolo della competitività e dell’occupazione, prevede (sebbene su base volontaria) il coinvolgimento dei paesi extra-euro. Ma la novità più importante deve essere riconosciuta nella richiesta di modifica del Patto di Stabilità e Crescita – di natura assolutamente sostanziale, vista l’auspicata traduzione delle nuove regole in leggi di valore costituzionale -, mirante alla messa in opera di un meccanismo di ulteriore salvaguardia della stabilità finanziaria dell’area euro. La proposta – nota nei suoi contenuti già dalla fine del 2010 -, è infatti quella di richiedere a tutti i Paesi di concordare <em>ex ante</em> obiettivi di bilancio di medio termine, contenendo, in funzione del loro raggiungimento, la crescita della spesa pubblica al di sotto della crescita di medio termine del Pil; inoltre &#8211; ed è qui che il “capitolo Maastricht” risulta rafforzato &#8211; al vincolo espresso dal valore soglia del 3% del rapporto tra deficit pubblico e Pil, dovrebbe affiancarsi quello relativo allo stock del debito, rappresentato da un valore soglia del 60% in rapporto al Pil, verso il quale ciascun Paese dovrebbe convergere in caso di superamento, riducendo il debito nella misura di un ventesimo della differenza tra il valore effettivo e il valore soglia. Più forte diventerebbe poi la sorveglianza macroeconomica su squilibri di competitività e crescita, con la possibilità di varare “piani di correzione” ed eventualmente dare corso a “procedure per squilibri eccessivi”. Il quadro è al completo se si considera infine la possibilità che, in caso di crisi debitoria, ciascun Paese, fatte salve tutta una serie di verifiche molto stringenti sotto il profilo macroeconomico (“rigorosa condizionalità”, così recita il testo del documento ufficiale del 24 &#8211; 25 marzo 2011), acceda ad un “Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria”, che dal giugno 2013, sarà sostituito dalla messa in opera di un più articolato “Meccanismo Europeo di Stabilità” con l’obiettivo di consolidare la situazione di “pareggio di bilancio” a cui l’attuazione del Patto di Stabilità tende.</p>
<p style="text-align: justify;">Finanza, finanza e poi ancora finanza. Questo il senso ultimo degli ultimi “ritocchi” al Patto di Stabilità Europeo, a fronte, però, di grandi velleità per ciò che concerne la realizzazione degli obiettivi di sviluppo economico, a cui l’Unione sembra sempre guardare con estrema cura e attenzione. Non dobbiamo dimenticare, peraltro, che la gran parte dell’aumento del debito pubblico accumulatosi nel corso degli ultimi anni, deve essere imputata alle ingenti operazioni di salvataggio finanziario, occorse per evitare la bancarotta degli Stati. Ergo, lo spazio per interventi di effettivo rilancio delle economie si è fatto estremamente risicato, abbandonando il Pil al proprio destino (di mercato). Ed è così che torniamo al punto dal quale eravamo partiti, per chiederci: se le condizioni dell’economia reale sono profondamente differenziate tra “centro” e “periferia” dell’Europa, in che modo uno scenario così configurato potrà consentire un superamento della crisi, perlomeno adeguato in termini di stabilità finanziaria? E una volta superata la crisi, riusciranno le condizioni poste dal nuovo Patto ad innescare quel processo di convergenza macroeconomica tra paesi, che rappresenta nella sua essenza la ragion d’essere di tutta l’Unione?</p>
<p style="text-align: justify;">La buona volontà nel voler affrontare il delicatissimo problema non sembra mancare. Innanzitutto per quanto riguarda la prima parte della questione, che è quella di ristrutturare la situazione dei debiti sovrani, creando da un lato uno scudo rispetto alle speculazioni, e dall’altro aprendo dei margini per le opportune azioni di intervento sull’economia (margini o poco più – è bene sempre rammentarlo – vista la <em>causa causans</em> dell’esplosione debitoria). Le proposte sul tappeto, che fanno quasi da naturale contraltare all’irrigidimento del Patto di Stabilità di cui si è detto, sono ormai diverse e variamente articolate, ma tutte mirano ad alleggerire le pressioni sull’euro o per il tramite di manovre di aggiustamento “valutario” dentro l’eurozona, o “aggredendo” le posizioni debitorie con il trasferimento delle stesse (in media per un ammontare del 60% del debito) a soggetti terzi sovranazionali (una Agenzia per il debito o la stessa BCE), che fungerebbero da garanti nell’emissione di <em>euro</em> <em>bond</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda può essere allora nuovamente così riformulata: è sufficiente il trasferimento dell’onere debitorio, <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/index.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-3968" title="index" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/index.jpeg" alt="" width="162" height="160" /></a>ancorché parziale, dagli Stati membri ad organismi di garanzia sovranazionali, affinché l’euro diventi immune da speculazioni e si aprano dei margini per l’intervento pubblico nelle economie nazionali? La risposta è, purtroppo, no. Infatti, anche in quest’ambito di apparente maggiore avvedutezza, è di ingegneria finanziaria che ci si sta occupando. Senza nulla togliere, beninteso, alle virtù dell’ingegneria finanziaria e alla necessità di farne uso se la situazione richiede di correre ai ripari, come la drammatica situazione dell’euro testimonia. Se tuttavia si pensa che un’ingegneria finanziaria di questo tipo possa garantire come minimo la stabilità dell’euro e, al massimo, consentire dei piani di rilancio economico, allora si è completamente fuori strada. Ma c’è di più: a meno che non si predisponga una politica economica di cui faccia parte anche il controllo del debito sovrano, ogni tentativo di stabilizzare quest’ultimo appare destinato a trasformarsi in <em>mero vincolo</em> per i singoli Stati, rendendo esigui se non addirittura inesistenti i margini di azione per l’uscita dalla fase di stagnazione, con esiti negativi sullo stesso processo di stabilizzazione. Ciò in altri termini significa che finché si pensa che il dato finanziario prescinda dalle dinamiche dell’economia reale, ogni sforzo di correzione dei debiti avrà respiro corto, e se le cause strutturali che sono a monte della scarsa crescita delle singole economie non vengono corrette, il problema debitorio potrà riproporsi perfino più gravemente rispetto alla situazione di partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assenza di un vero soggetto pubblico europeo, in grado sia di disporre di autonomia fiscale e dunque di un effettivo potere finanziario &#8211; almeno nella misura di consentire lo sviluppo di adeguate politiche pubbliche macroeconomiche-, sia di assumere il ruolo di coordinatore delle politiche nazionali in coerenza con gli obiettivi che la stessa Unione pone in termini di sviluppo di tutta l’area, rappresenta indubbiamente il nodo di tutto il problema. E lo rappresenta a tal punto – e si può tranquillamente aggiungere, tanto drammaticamente – che la stessa fase più acuta della crisi economica sarebbe potuta essere molto meno cruenta se solo fosse esistito un governo pubblico dell’economia a livello europeo. Ma sta di fatto che lo spostare continuamente l’attenzione sui possibili aggiustamenti che ogni singolo Paese deve fare sul proprio debito pubblico in ragione dei nuovi e più stringenti vincoli del Patto di Stabilità, significa ben altro. Significa innanzitutto che l’Europa è una sorta di “garante sovranazionale”, e in quanto tale soggetto privo di debito. Il debito pubblico diventa così un affare “privato” dei singoli Stati membri, che dovranno trovare da soli le condizioni per fronteggiarlo. Ed è evidente che – stanti le condizioni “capestro” architettate per accedere ai fondi di salvataggio – risultano fortemente compromesse, quasi “per costruzione”, le possibilità da parte dei singoli Stati di metter mano a politiche di effettivo rilancio delle proprie economie. La sostanza non cambia – a questo punto del discorso è facile capirlo – se pure si optasse per la via degli “euro-bond” di cui sopra. E se così stanno le cose, è altrettanto facile capire che le distanze tra “centro” e “periferia” dell’Europa non possono che aumentare, rigenerando di continuo, e in forma sempre più parossistica, le condizioni di crisi debitoria.</p>
<p style="text-align: justify;">È interessante notare come nell’ultimo periodo autorevoli economisti ci abbiano avvertito della grande componente di farsa &#8211; se non fosse per la tragedia che preannuncia &#8211; che si cela dietro la questione dei “debiti sovrani”. Daniel Gros<a href="#_ftn1"><strong><strong>[1]</strong></strong></a> ci ricorda che, quanto a speculazione, i mercati guardano al generale livello di indebitamento di un Paese, nel quale deve essere computato non solo il debito pubblico, ma anche il debito estero. In particolare, in periodi di crisi, i mercati si concentrano sul debito estero, poiché il debito privato tende a diventare innanzitutto debito pubblico. Questo spiegherebbe perché, ad esempio, Francia e Portogallo, assai simili per ciò che concerne il rapporto deficit/Pil e debito/Pil, si trovano in situazioni radicalmente diverse: l’elevato debito (estero) del settore privato (banche e aziende) ha fatto sì che in Portogallo il premio di rischio crescesse fino al momento in cui il Paese non è stato costretto a rivolgersi al fondo di salvataggio europeo. Poco dopo Paul Krugman<a href="#_ftn2"><strong><strong>[2]</strong></strong></a> richiama all’attenzione la situazione della Grecia, esortando a non cedere ai facili ottimismi di chi vorrebbe immaginare per questo Paese una soluzione simile a quella che ci fu per l’Argentina nel 2001, con lo sganciamento del peso argentino dal dollaro. A parte l’importante distinguo da farsi tra il dollaro in doppia circolazione con il peso in quella situazione e l’euro che è moneta a pieno titolo della Grecia, Krugman rammenta che sono le condizioni dell’economia reale a contare sopra ogni cosa. Un’economia arretrata e sostanzialmente alle corde come quella greca – anch’essa con un ingente debito estero -, avrebbe ben poco da guadagnare dallo sganciamento dall’euro, potendo agire, senza altri sostegni strutturali, solo dal lato delle svalutazioni, che avrebbero efficacia nello spazio di un batter d’ala e accompagnerebbero infine il Paese verso un inesorabile baratro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images1.jpeg"><img class="size-full wp-image-3969 alignleft" title="images" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images1.jpeg" alt="" width="240" height="184" /></a>L’Europa sta dunque vivendo un momento di <em>estrema schizofrenia</em>. Da un lato vige il richiamo altisonante a qualificare lo sviluppo di tutta l’area secondo i nuovi e più ampi obiettivi della sostenibilità ambientale (<em>Europa 2020</em>); dall’altro si discute di come evitare il possibile <em>default</em> degli Stati più deboli, senza lasciare però alcun spazio (nemmeno a parole) per politiche di rilancio dell’economia reale. Non è un caso quindi che alla fine di maggio l’economista Philippe Aghion<a href="#_ftn3"><strong><strong>[3]</strong></strong></a> giunga a dichiarare che per la ripresa della crescita nella periferia d’Europa dovrebbe attuarsi un vero e proprio Piano Marshall. Ma non con una spesa pubblica genericamente intesa, bensì con un forte orientamento a correggere profondamente quei deficit “infrastrutturali” – concentrati per lo più nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione – che rendono intrinsecamente deboli le economie del Sud d’Europa. Una più chiara connotazione in tal senso ce la fornisce Dani Rodrik<a href="#_ftn4"><strong><strong>[4]</strong></strong></a>, introducendo il tema della <em>politica industriale</em> come specifica declinazione della politica economica. Per Rodrik è importante intendere la politica industriale nei termini di un <em>processo complesso</em> che, favorendo le trasformazioni della base industriale verso i settori innovativi dove migliori sono le possibilità di crescita, consenta al sistema economico nel suo insieme di recepire efficacemente le politiche espansive nei campi della scienza e della tecnologia. Tutto ciò si colloca ben oltre le classiche distinzioni tra finanziamenti a pioggia e non, tra spesa eccessiva e spesa oculata, ma deve comunque rispondere ad una rigorosa progettazione della spesa su base pubblica, poiché è da escludersi che nel mercato sia rinvenibile alcuna convenienza (leggi profittabilità) ad intraprendere manovre di investimento mirate a trasformazioni significative della composizione della base industriale di un paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Stando al ragionamento di Rodrik è comunque evidente che delineare una politica economica per l’UE, non può significare delegare tutte le azioni di intervento al livello centrale. Devono essere invece messe in atto delle specifiche politiche nazionali che tengano conto di tutte le peculiarità di ogni singolo Paese: culturali, istituzionali, politiche e, non ultimo, produttive.Il profilo produttivo di un Paese è sempre fortemente caratterizzato e debbono essere attentamente individuati quei “colli di bottiglia” che sono perfino responsabili della (a volte totale) inefficacia di politiche industriali ispirate all’incentivazione degli <em>asset</em> innovativi. In questo senso appare emblematico proprio il caso dell’Italia dove la politica industriale – ormai più prossima a un tabù -non si sa nemmeno se esista più nel vocabolario (contrariamente ai maggiori paesi europei, Regno Unito incluso, che se ne sono serviti con generosità). Nel non fare politica industriale, nel lasciare che ogni problema di competitività si aggiustasse sui prezzi &#8211; scaricando l’onere sui salari al termine della possibilità di praticare svalutazioni -, l’Italia è riuscita nella mirabile impresa di dimostrare che ogni euro di spesa pubblica è <em>sempre</em> un euro sprecato! E ancor meglio la dimostrazione è riuscita nelle aree del Mezzogiorno, dove essendo spesi per scopi ordinari i fondi di dotazione europea <a href="#_ftn5">[5]</a> – spesso con una copertura insufficiente a soddisfare le effettive necessità economiche e sociali delle singole Regioni – si è costruita ad arte l’immagine di un Sud parassitario, imputato a gran voce dal razzismo leghista (ma non esclusivamente) come la causa portante del declino economico di tutto il Paese!</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia, piuttosto, ha rinunciato, o comunque non ha saputo &#8211; come invece il resto dei maggiori paesi europei &#8211; <a href="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images2.jpeg"><img class="size-full wp-image-3970 alignright" title="images" src="http://www.sandrovalentini.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/images2.jpeg" alt="" width="272" height="185" /></a>immettersi sulla strada di un cambiamento produttivo coerente con il cambiamento qualitativo della domanda verso settori a più elevata intensità tecnologica, che ha caratterizzato l’evoluzione dei paesi avanzati fino a ieri, e che ora sta interessando anche i paesi emergenti. Già dalla metà degli anni ’80, è così iniziata una progressiva quanto inesorabile divaricazione del nostro Paese dal sentiero di crescita europeo. Il processo di deriva dello sviluppo italiano, che si concretizza attualmente in uno “zoccolo duro” di minor crescita pari a circa un punto e mezzo percentuale, si è avviato dunque ben prima che la globalizzazione – capro espiatorio buono per tutte le occasioni &#8211; prendesse piede e registrasse dopo il 2000 uno straordinario decollo, con i lauti rinforzi portati dalla Cina. E se ad oggi gli indicatori di finanza pubblica e quelli relativi alla ricchezza pongono il Paese in posizione un po’ migliore di Grecia, Spagna e Portogallo, sappiamo che le politiche preannunciate mirano a forti rientri del debito, che potranno portare solo ad un peggioramento dell’intero quadro macroeconomico. La scarsa competitività della produzione italiana – che si misura non già sulla produttività delle singole imprese, ma sul profilo della sua specializzazione produttiva in settori non innovativi e a bassa crescita – incide peraltro sempre più sui conti esteri, rendendo ancor più severa tutta la posizione debitoria. A fronte di tutto ciò, non è d’altra parte neppure pensabile che stimoli provengano da una domanda interna, già di per sé depressa, e che non può certamente riprendersi date le politiche di crescente austerità previste per il risanamento dei conti pubblici, e il contestuale acuirsi della sperequazione tra i redditi (tra le peggiori in Europa).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cuore dell’Europa, la Germania sembra invece avere imparato molto bene la lezione, e da tempo. Così, esauritasi la fase “shock” della crisi, che si era abbattuta violentemente sulle sue esportazioni, la crescita è ripresa più forte di prima, corroborata da una domanda interna rinvigorita. Mentre il mondo delle economie emergenti si espande, e si può vendere molto fuori dall’Europa anche in forza della recente crisi del nucleare, vista la fiorente espansione dell’industria “verde” nell’ultimo quinquennio. E mentre non si può mancare di osservare lo straordinario consenso interno raccolto dai <em>Grünen</em>, certamente sospinto dalla “domanda sociale” di una nuova etica, ma anche dall’adesione della nuova media borghesia tedesca, dei professionisti, e di molti imprenditori.Se le condizioni sono tutte quelle finora considerate, con l’entrata in vigore del nuovo Patto di Stabilità, la divergenza tra “centro” e “periferia” europee è inevitabilmente destinata ad approfondirsi. Ma è destinato a consolidarsi anche il ruolo economico, e dunque politico, della Germania. Semmai esista qualche possibilità che l’Europa si converta alla costruzione di un quadro coordinato di politiche per lo sviluppo, la strada è certamente in ripidissima salita.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> D. Gros, “Per l’euro la doppia partita dei debiti sovrani ed esteri”, Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2">[2]</a> P. Krugman, “Atene non è Buenos Aires”,  Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3">[3]</a> P. Aghion, “Serve un Piano Marshall per rilanciare la crescita”, Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4">[4]</a> D. Rodrik, “Industrial Policy for the Twenty-First Century”, Harvard University, John F. Kennedy School of Government, 2004.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5">[5]</a> Per una ricca e circostanziata documentazione su questo punto si rimanda a G.Viesti, “Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, Laterza, 2009.</p>
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