Sommario
- <<Meglio poco che niente>>
- <<Crescita Italia>>: le tre verità improbabili di Mario Monti di Paolo Ciofi
- Crisi del Mezzogiorno e il Prc
- L’anno del dragone, di Francesco Maringiò
- Intervento all’VIII Congresso del Prc
- Il mercato delle bugie, di Leonardo Caponi
- I paradossi della crisi finanziaria e l’instabilità del capitalismo. Oltre il mainstream neoclassico, di Giorgio Ricchiuti e Sebastiano Nerozzi
- Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione – Appello degli economisiti
Posta Elettronica:
sandro.valentini@rifondazione.it
RUGANTINO (cliccare sulla figura)
- Un contributo per Roma – Idee per una metropoli (in)vivibile
A cura del Gruppo di Lavoro Ufficio Programma della Federazione Romana del Prc
- Nuove forme di conflitto sociale nell’area metropolitana romana
- Per liberare Roma anche una nuova vita culturale, di Corrado Morgia
<<MEGLIO POCO CHE NIENTE>>
di Sandro Valentini
Su Blog, 27 gennaio 2012
La Fds doveva esse il primo significativo passo per la costruzione di un nuovo soggetto politico per unire la sinistra e superare le attuali divisioni. Soggetto non unitario ma federato si era detto, un soggetto che andasse oltre alle necessità elettorali, pur rilevanti dal momento che tutta la sinistra è rimasta fuori dalle principali istituzioni per non aver nessun partito raggiunto il quorum sia alle elezioni per il Parlamento nazionale sia a quelle per il parlamento europeo. Un nuovo soggetto politico capace quindi di rilanciare una politica che contenga una critica di massa al capitalismo e mantenere aperta la prospettiva del socialismo nel XXI secolo. Su queste basi, semplici ma impegnative, il Prc, il Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e solidarietà hanno costituito circa due anni fa la Fds.
Ora sappiamo che il progetto non ha fatto molta strada. Vi sono responsabilità pesanti dei gruppi dirigenti dei rispettivi partiti che pur di non mettere in discussione piccole rendite di posizioni hanno frenato, tirando in ultimo anche il freno a mano, affinché il progetto potesse sul serio affermarsi a avviare un processo unitario nuovo a sinistra. Ma il progetto non è andato avanti anche per una situazione oggettiva che occorre riconoscere. La proposta del superamento dei partiti o almeno di un loro forte ridimensionamento con il passaggio di una parte delle loro funzioni di sovranità (patto federativo) alla Fds ha incontrato forti ed estese contrarietà e resistenze, in particolare nel Prc. Contrarietà e resistenze che non sono state sufficientemente criticate e combattute, ma contrarietà e resistenze – bisogna anche dire – che hanno rischiato di mettere in discussione l’unità stessa dei partiti. E un nuovo soggetto politico si costruisce lavorando per l’unità e non a nuove e drammatiche lacerazioni e separazioni.
Adesso, per quanto si possa essere critici sul modestissimo percorso ad ostacoli compiuto dalla Fds – ed io sono ipercritico – occorre tenere conto della realtà. La Fds in questa difficile fase della transizione italiana può essere solo un “cartello elettorale”, niente di più, niente di meno. Ma prendere atto di questo dato significa fare esattamente l’opposto di quello che sta facendo il Coordinamento nazionale della Fds.
Intanto non giocare sulle ambiguità ma riconoscere che il progetto è esclusivamente un’esigenza elettorale per poter riaffermare un ruolo della sinistra nelle istituzioni e nelle assemblee elettive, quindi di conseguenza nella società. Ogni partito da solo non è in grado di farcela, per questo sceglie opportunamente di mettere in piedi un “cartello elettorale” per poter continuare a svolgere un suo autonomo ruolo e dare nel contempo più forza a tutta la sinistra. Mi pare che si abbaia il timore, l’eccessiva preoccupazione, di non riconoscere che c’è anche una necessità elettorale non secondaria. Si considerano le scadenze elettorali altra cosa rispetto alla politica, un impegno che si è costretti a svolgere perché così impone il “sistema politico borghese”. Una posizione a cui non resta perciò che negare – per non perdere di dignità – di aver voluto la Fds per sole esigenze elettorali, per ritagliarsi una spazio politico in Parlamento. “Nobilita in senso rivoluzionario” molto di più l’idea che la Fds sia un soggetto unitario con un preciso progetto strategico. Così facendo ci si illude di mobilitare militanti ed elettori e di conquistarne tant’altri e s’inganna se stessi. Ma cosa ancor più grave si favorisce un pericoloso andazzo: si evita accuratamente di affrontare in sede di Fds questioni politiche rilevanti, che restano strettamente di competenza dei partiti, pur sbandierandola come originale soggetto politico a cui però nessuno più veramente crede. È questo un andazzo che rischia di mettere in discussione lo stesso “cartello elettorale”.
In primo luogo perché non si coglie a sufficienza il dato che la formazione di un “cartello elettorale” è già un atto
politico. I diversi soggetti politici infatti decidono di formare una lista sulla base di obiettivi da tutti condivisi e su una comune linea politica. In mancanza di queste condizioni l’alleanza elettorale non si realizza o rischia il totale fallimento. Tutti possono richiamarsi ai valori del comunismo o ideologicamente definirsi anticapitalistici, ma se non c’è la politica, se non si indica dentro a quale contesto si intende sviluppare l’azione politica, non c’è “cartello elettorale” che regga. Dunque è vero il contrario: un “cartello elettorale” richiede un surplus di politica rispetto a un soggetto (di partito o di movimento) con un progetto politico definito ma con una proposta politica ancora tutta da definire, in discussione.
In secondo luogo perché il “cartello elettorale” deve avere una capacità di tenuta, con molta probabilità, fino al 2013.La Fds è nata in largo anticipo rispetto alla scadenza delle elezioni politiche. I gruppi dirigenti ristretti dei partiti avevano la certezza che in pochi mesi la situazione sarebbe precipitata e che le elezioni politiche sarebbero state inevitabili. Si sentivano forti e al riparo in quanto credevano, nonostante i dinieghi di Vendola, di avere un accordo elettorale in tasca con il Pd di Bersani. È stato questo un grave errore di valutazione non sufficientemente evidenziato e criticato nei Congressi del Prc e del Pdci. Tutti sanno come è andata a finire. Ma la Fds proprio perché è stata da subito ridotta a “cartello elettorale” ha dovuto sostenere e deve sostenere proprio su questo terreno prove impegnative. Non può tirarsi indietro, deve essere credibilmente in campo se vuole giocare elettoralmente un ruolo nelle elezioni politiche del 2013. Ma allora se è così occorre una politica per le Regioni e gli enti locali, una politica per un Mezzogiorno sempre più povero e per un Nord sempre di più deindustrializzato. È necessario stabilire dentro a quale quadro politico delle alleanze intende muoversi e come relazionarsi alle primarie per la scelta dei Sindaci. E soprattutto ha bisogno di regole ben precise: chi tratta con le altre forze politiche, come si formano le liste e come si scelgono gli assessori in caso di vittoria. Ha bisogno di tutto ciò proprio in quanto “cartello elettorale” che nasce sulla base di obiettivi e politiche comuni. Senza ciò, se non c’è condivisone di regole, di obiettivi e della politica la Fds rischia nei fatti di sciogliersi come “neve al sole” come sta avvenendo ormai in diversi territori. Infatti un partito della Fds può – anche se non è auspicabile – restare in minoranza su una scelta politica se però si condivide insieme un forte progetto strategico, ma non è vero il contrario. Se si sta insieme solo come necessità elettorale allora la condivisione politica delle scelte è decisiva. Se non c’è accordo sulle scelte politiche non ci sono maggioranze e minoranze, ma solo i rispettivi partiti che decretano la separazione o meglio che non ci sono le condizioni per stare insieme nella stessa lista.
È evidente che in questo modo neppure nazionalmente si fa molta strada. Il logoramento della Fds da parte dei partiti che l’hanno costituita è sotto gli occhi di tutti. Oggi è in discussione la sua tenuta anche come semplice “cartello elettorale”. Se ciò avvenisse sarebbe per la sinistra un grande disastro. Per questo si dovrebbe – se mai i gruppi dirigenti dei soggetti politici che la compongono vogliono e sono in grado di farlo – giungere con tanto senso di responsabilità ma determinazione a un chiarimento vero per porre le condizioni politiche e organizzative di un suo rilancio coscienti che la strada per rifondare la sinistra è molto lunga e irta di ostacoli e che noi siamo fermi poco più avanti dalla linea di partenza e che nel frattempo si può dare un po’ più vigore e credibilità a una sinistra in profonda crisi facendo politica anche con un “cartello elettorale”. A conti fatti sarebbe già qualcosa e come dice il vecchio detto popolare <<meglio poco che niente>>.
<<CRESCITA ITALIA>>: LE TRE VERITA’ IMPROBABILI DI MARIO MONTI
Dal sito di Paolo Ciofi – 26 Gennaio 2012
Che il governo del prof. Monti fosse un governo politico dei “mercati”, fin dall’inizio è apparso evidente. Ora, dopo il megadecreto di oltre 100 pagine sulle “liberalizzazioni”, che ha suscitato proteste diffuse lungo tutto lo stivale e anche qualche punta di rivolta, si è aggiunta una prova in più. Forse anche per effetto di un frenetico can can mediatico, cui l’austero professore ha partecipato senza risparmio, la finalità del decreto denominato «Cresci Italia» si è dispersa in mille rivoli. Apparsa subito piuttosto sfocata, ha finito per essere sommersa nel grande mare di innumerevoli provvedimenti a pioggia, illuminati solo dalla stella polare del “libero mercato”.
Qualcuno ha scritto che quando ha visto Sarkozy e Merkel di fronte «all’eleganza dignitosa e riservata dell’italiano Monti» il suo cuore non «ha potuto reprimere un sobbalzo d’orgoglio». E’ vero che per inorgoglirsi basta poco. Ma non prendiamo fischi per fiaschi, ritenendo che sia sufficiente mandare a casa Berlusconi per uscire dalla crisi e salvare l’Italia. Come se l’uomo di Arcore fosse l’artefice di questa crisi globale del capitale, che in Italia, come in ogni Paese, si presenta con caratteristiche peculiari. Se ne devono essere accorti anche nel Pd, se l’Unità ha aperto un dibattito sul capitalismo in crisi.
Certo, il professore varesino non fa il gesto delle corna, non apostrofa la cancelliera tedesca con epiteti volgari, non si atteggia a bullo esibizionista come il comandante della Concordia naufragato sugli scogli. E’ di buone maniere, alto ed elegante, sobrio ed educato, parla bene l’inglese ed ha molta dimestichezza con lo spread. Una bella differenza rispetto al passato. Ma che vuol dire? Anche Reagan era alto ed elegante. E la signora Thatcher una bella donna che chissà quanti inglesi ha fatto inorgoglire. Eppure hanno combinato disastri, scatenando i “liberi mercati” che hanno acceso la miccia della crisi.
Ma se l’abito non fa il monaco, analizziamo allora, al di là dei singoli provvedimenti, la strategia del professore per la crescita, che in verità appare piuttosto deludente e molto vecchia. Tuttavia, televisivamente parlando, senza smargiassate ma con toni morbidi e quasi sotto voce, Mario Monti ci fa sapere che tutto è a posto. Anzi, l’avvenire si colora decisamente di rosa quando enuncia la sua prima “verità”: con questi provvedimenti ci sarà un «aumento di produttività del 10 per cento e sullo stesso ordine di grandezza potrà salire il Pil». Ottimo, ci porteremo a livelli di crescita pari, se non superiori, a quelli della Cina. Con il consumo privato e l’occupazione in aumento dell’8 per cento, gli investimenti del 18 per cento, i salari reali di quasi il 12 per cento. Non sono numeri del lotto, ma le cifre ufficiali indicate nel comunicato del governo.
Insomma, ci stiamo avviando serenamente verso il Paese di Bengodi. Ma è lecito affidarsi ad alcune proiezioni dell’Ocse e ad «altri studi» non specificati per far credere agli italiani che il secondo decreto dei professori ci trasporterà magicamente in questo nuovo mondo? Se si domanda come, quando e perché si raggiungeranno tali fantastici traguardi, non ci sono spiegazioni. Quindi, le ipotesi sono due. O il governo – come la Spectre – dispone di un’arma segreta, che userà al momento opportuno cogliendo tutti di sorpresa. Oppure il professore ritiene davvero che aumentando di qualche migliaio il numero di farmacisti e notai; mettendo gli uni contro gli altri tassisti e benzinai, che potranno far concorrenza ai giornalai; mercatizzando totalmente gli avvocati; allungando senza limiti l’orario dei negozi; e via “liberalizzando”, con conseguenze prevedibili sulla “coesione sociale” da tutti invocata, questo Paese veleggerà felicemente verso una stratosferica crescita del Pil pari al 10 per cento.
Se così fosse, e probabilmente così è, allora dovremmo dar ragione a un grande esperto come John K. Galbraith, il quale sosteneva che la sola funzione delle previsioni economiche è quella di rendere più rispettabile l’astrologia. Del resto, è stato lo stesso capo del governo a dover subito smentire che i salari reali cresceranno del 12 per cento. L’unica certezza è che non si ha notizia di un piano per l’occupazione e per il lavoro. Né di un programma di investimenti per l’innovazione scientifica e tecnologica, di un progetto di riconversione ecologica dell’economia e della messa in sicurezza del territorio nazionale. Insomma, l’idea di mettere in moto una diversa qualità dello sviluppo, mobilitando investimenti e saperi, rendendo protagoniste le persone che lavorano, non sfiora la mente austera del professore, il quale si affida serenamente alle virtù taumaturgiche del mercato.
La strategia di Mario Monti è però del tutto coerente con la sua interpretazione della crisi: «L’economia italiana è stata per decenni frenata soprattutto da tre vincoli: concorrenza insufficiente, inadeguatezza delle infrastrutture e complicazione delle procedure amministrative». E qui emerge la seconda improbabile “verità” del professore. E’ vero: concorrenza insufficiente, anzi piuttosto assente (ma non è così anche in Europa e nel mondo, dove dominano superconcentrazioni monopolistiche di proprietari universali, denominate asetticamente “mercati”?) e poi inadeguatezza delle infrastrutture e complicazioni amministrative. Tuttavia queste non sono le cause di fondo di una crisi globale che investe il sistema capitalista del XXI secolo, bensì soltanto aggravanti italiane che si possono affrontare in due modi: o mettendo sotto controllo i “mercati” per risalire alle cause effettive della crisi, e quindi avviare un diverso modello di sviluppo superando così le nostre arretratezze; oppure dare più potere al mercato, perché sospinga in senso ancor più liberista l’intera società italiana.
La seconda strada è quella che ci porta indietro, verso un capitalismo “buono” che nella realtà non esiste, e che nella sua evoluzione ha dato luogo alla crisi attuale. Mentre l’altra guarda al futuro, verso una civiltà più avanzata, come quella delineata dalla Costituzione. Il professore di Varese ha scelto decisamente la seconda strada, che comporta – come lui stesso precisa – «una rigorosa attività di limitazione dei poteri pubblici con regole di mercato». Quindi, più mercato e meno Stato, secondo la regola d’oro di questi anni con i risultati che vediamo, ma adesso applicata con molta più severità e intransigenza.
All’economista bocconiano è estranea l’idea che le cause profonde della crisi abbiano origine nella natura stessa del capitale come rapporto sociale, quindi nell’economia reale, dando luogo a una disuguaglianza enorme nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. Ma l’Italia, anche grazie alle privatizzazioni massicce, è diventata in questi anni uno dei Paesi sviluppati più disuguali del mondo, nel quale il 10 per cento della popolazione dispone del 50 per cento circa della ricchezza nazionale, mentre il 90 per cento deve accontentarsi dell’altra metà. I salari e il costo del lavoro sono precipitati ai livelli più bassi d’Europa, fino al punto che ormai la quota attribuita al lavoro dipendente sul reddito nazionale è stata drasticamente ridotta e non è troppo distante dal 46 per cento, che era la povera quota del 1881.
Proprio così. In pochi anni siamo andati indietro di oltre un secolo, mentre profitti e rendite mai hanno raggiunto vette tanto alte nel Novecento. Tuttavia la ricchezza è stata “patrimonializzata”, non investita per far crescere il Paese, cioè per il bene comune. In compenso, le entrate fiscali gravano per l’80 per cento sui lavoratori dipendenti e pensionati. E se le imposte dirette sono pari al 14,6 per cento del Pil, quelle sul patrimonio raggiungono la quota quasi invisibile dello 0,2 per cento. Insomma: ricchezza privata, povertà pubblica, impoverimento sociale. E’ questa insostenibile condizione reale, di cui non si tiene conto come se appartenesse al mondo degli alieni, che incatena e blocca l’Italia.
Non può crescere un Paese nel quale le lavoratrici e i lavoratori vengono colpiti e umiliati nel reddito e nella loro condizione sociale, ma anche nella loro dignità di persone. Suona falsa l’attenzione verso i giovani, se non viene messo a fuoco questo tema cruciale. E non basta sostenere che l’origine della crisi risiede in una “squilibrata” distribuzione dei redditi. La domanda cui bisogna rispondere a questo punto è la seguente: qual è la ragione di fondo che dà origine a una “squilibrata” distribuzione dei redditi? L’attenzione va allora portata sulle nuove forme della proprietà capitalista, il presupposto tacito dato per scontato, su cui si regge l’intera piramide della società. E infatti, se il capitale non è una “cosa”, ma un determinato rapporto sociale basato su strumenti finanziari e mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio monopolizzati da una parte della società, mentre la parte assolutamente maggioritaria ne è priva, risulta sempre più evidente che la distribuzione della ricchezza deriva in ultima analisi dalla conformazione della proprietà.
Per effetto del trasferimento della proprietà pubblica e statale nelle mani di pochi potentati privati a cominciare dalle banche totalmente privatizzate, e della concessione più o meno gratuita di servizi essenziali ai privati, le disuguaglianze hanno fatto un gigantesco balzo in avanti e in parallelo si è impoverito Paese. Per brevità, faccio solo tre esempi. Nel 2009, nel pieno della crisi e senza alzare un dito nella sua azienda ma sedendo a Palazzo Chigi per occuparsi del benessere degli italiani, Silvio Berlusconi ha intascato in qualità di azionista al 63,3 per cento della Fininvest un reddito 11.490 volte maggiore di quello di un operaio Fiat di Pomigliano. Un abisso. Legittimo? Di certo, socialmente e moralmente insostenibile.
Altrettanto indicativa, per altri versi, è la vicenda della famiglia Benetton, che riscuote dai pedaggi autostradali fior di miliardi senza neanche la fatica di aggrottare la fronte. In compenso, a fine 2009 aveva investito solo 5 miliardi rispetto ai 22 previsti, evidentemente con grandi benefici per gli utenti. Il massimo di una rendita parassitaria di posizione. Anche la rete delle telecomunicazioni è stata usata per l’arricchimento privato e l’impoverimento pubblico, un procedimento nel quale ha dimostrato un’ineguagliata professionalità il dottor Marco Tronchetti Provera. Come ha osservato Eugenio Scalfari, con l’uno per cento del capitale, non solo Tronchetti ha di fatto espropriato la maggioranza degli azionisti, ma ha anche confiscato a proprio vantaggio le risorse finanziarie dell’azienda che le produce, moltiplicandone l’indebitamento.
Dunque, oltre alle incrostazioni e ai parassitismi che si annidano in sacche di arretratezza della società, come pure negli apparati pubblici sempre più spesso intrecciati con il potere economico offrendo terreno fertile alla criminalità organizzata, è indispensabile colpire le posizioni privilegiate e parassitarie dei monopoli e degli oligopoli privati, che tengono immobilizzata l’Italia in una camicia di forza. Non solo nel campo bancario e assicurativo, e nei settori sopra citati, ma anche nella produzione dei farmaci e nella sanità, nell’editoria, nella comunicazione, nella cultura. Tuttavia di tutto questo non c’è traccia elle mosse dei professori. E veniamo così alla sua terza improbabile “verità” di Mario Monti.
Che senso ha parlare di “liberalizzazioni”, se le formazioni monopolistiche e i centri di potere privati restano fuori dall’orizzonte dell’intervento del governo? E anzi vengono in fin dei conti rafforzati per mezzo dell’ulteriore mercatizzazione della società. Mentre non si lascia spazio all’incentivazione di nuove aggregazioni proprietarie, per esempio in forme comunitarie e sociali per gestire servizi pubblici, beni comuni e anche attività produttive, come peraltro la Costituzione prevede. In realtà, più che di liberalizzazioni effettive, volte a liberare dai parassitismi e dall’oppressione le forze produttive fondamentali, tra le quali preminente è la persona umana, e quindi le diverse componenti della società, abbiamo a che fare con una pioggia di microinterventi dagli effetti soprattutto simbolici, distribuiti su una pluralità di soggetti che non costituiscono la struttura portante della proprietà e del potere economico in Italia.
La “filosofia” del professore consiste dunque nel colpire quelli che non hanno una posizione determinante negli equilibri del potere effettivo, ma che simbolicamente rappresentano per i “mercati” un segnale della voglia di fare dell’Esecutivo in direzione dell’apertura di nuovi spazi a loro disposizione. Lo sforzo è anche quello di distribuire il malcontento in tutte le direzioni, da destra a sinistra passando per il centro, in modo che nessun partito che sostiene il governo si senta particolarmente penalizzato nella sua rappresentanza, e perciò non stacchi la spina prima della conclusione naturale della legislatura.
In definitiva, la strategia del governo penalizza soprattutto i lavoratori dipendenti, che costituiscono la spina dorsale del Paese, e perciò anche i giovani. E’ un palese controsenso annunciare una nuova stagione di libertà se coloro i quali già non dispongono di strumenti finanziari e di mezzi di produzione e comunicazione, e per di più sono stati espropriati dell’organizzazione e dell’autonomia politica, vengono colpiti anche nei loro diritti costituzionalmente garantiti. Il modo con cui il governo sta affrontando la questione dell’articolo 18 e della disoccupazione non è affatto trasparente. Anzi, appare intriso di doppiezza e strumentalità.
Se l’obiettivo è rendere sempre più “flessibile” il lavoro, è chiaro che l’articolo 18 non è tabù, resta un obiettivo. Intanto, con il decreto «Cresci Italia», è stato abolito il contratto nazionale dei ferrovieri per fare un favore a Montezemolo e Della Valle, entrati nel business della rotaia. Poi c’è la questione dirimente della Fiat, dove il contratto nazionale è stato cancellato e la Fiom, sindacato maggioritario, è stata espulsa da Mirafiori perché non ha condiviso le scelte di Marchionne. L’equivalente della soppressione della democrazia. Ma dal governo “equo” dei professori non è uscita una parola: silenzio-assenso di fronte alla dittatura del capitale.
In questo caso, liberalizzazione vuol dire liberazione dei lavoratori dai diritti e dalle garanzie di libertà che hanno conquistato. L’obiettivo non è quello di potenziare ed estendere ai figli i diritti che hanno conquistato i padri, ma di cancellare i diritti dei padri per mettere in competizione i figli e sottometterli alla legge universale del profitto. L’equità non ammette deroghe. Se poi uno su mille arriverà al traguardo, rivolgeremo un bell’inchino alle leggi bronzee del mercato. Avanti dunque verso il “libero mercato”: così non si farà altro che ricaricare la molla che ha fatto esplodere la crisi.
CRISI DEL MEZZOGIORNO E IL PRC
di Sandro Valentini, uscito su “Progetto e lavoro” del 9 dicembre 2011
Il voluminoso documento della maggioranza del Cpn del Prc dedica un breve paragrafo alla questione meridionale, “I nuovi termini della questione meridionale”. Leggendo però il breve paragrafo, collocato tra l’altro nel capitolo sei, cioè “Il nostro progetto politico” e non nel capitolo cinque “Italia: la seconda Repubblica come crisi organica”, ci si aspetterebbe che i “termini nuovi della questione meridionale” e le proposte politiche per affrontare la nuova e drammatica emergenza in cui versa il Mezzogiorno venissero con chiarezza indicati. Invece al di là dell’idea di delineare un “nuovo modello di sviluppo” connesso a un qualificato intervento pubblico che contenga precisi vincoli sociali e ambientali e un richiamo forte a contrastare la criminalità organizzata, non solo sul terreno, sia pur importante, della difesa della legalità, ma soprattutto su quello dello sviluppo della lotta sociale e politica contro ogni mafia e l’illegalità diffusa e la micro delinquenza, non si va, null’altro si dice.
E soprattutto il documento non dice che il Mezzogiorno è drammaticamente investito contemporaneamente da una
crisi che è il risultato di tre diverse dimensioni, certamente con molti punti di inserzione, ma anche largamente indipendenti: 1) i problemi della finanza e dell’economia globale; 2) il declino dell’Italia; 3) il suo degrado storico economico e sociale. Il documento pare che sia allineato – e questo è l’aspetto politico più inquietante – a quell’orientamento dominante che nell’affrontare i problemi della crisi globale commette l’errore di rimuovere la “questione meridionale”, dimenticandola completamente.
Eppure negli ultimi tempi una letteratura critica, anche se non ha udienza nei circuiti della grande informazione e della politica, ha messo in evidenza alcuni aspetti della crisi del Mezzogiorno che sono stati gravemente sottovalutati. Infatti, allo scoppio della crisi economica erano molti i politici e gli economisti a ritenere che i suoi effetti devastanti si sarebbero fatti sentire con maggiore intensità e drammaticità nel Nord del Paese, nelle Regioni più ricche. È questa una convinzione non del tutto scomparsa che è alla base delle politiche anti-meridionaliste del governo, politiche sostenute non solo dalla Lega Nord, ma attuate con determinazione anche dallo stesso Pdl.
La convinzione era ed è che le imprese meridionali avrebbero sopportato meglio la caduta della domanda mondiale in quanto meno esposte alla concorrenza rispetto a quelle settentrionali. Si badi, questa convinzione è serpeggiata anche nel centro-sinistra. Del resto, il suo atteggiamento di sostanziale accettazione del principio del federalismo fiscale, pur contestando i criteri d’attuazione del governo, corrisponde proprio a questa illusoria credenza di credere a una “tenuta” del Mezzogiorno rispetto alla crisi. Come occorre rammentare che in tanti, a destra come a sinistra, erano convinti, con l’approvazione del Trattato di Maastricht, che i bassi salari potessero rilanciare l’economia meridionale. L’idea era che il Mezzogiorno avrebbe finalmente potuto sfruttare, con l’introduzione della moneta unica, il vantaggio rispetto alle aree ricche d’Europa che derivava appunto dal differenziale salariale. Purtroppo è stato vero il contrario. Nel Mezzogiorno i bassi salari da un lato hanno progressivamente portato alla contrazione della domanda e dall’altro hanno spinto le imprese ad adagiarsi su una competitività fondata sulla compressione dei costi con rinuncia a qualsiasi forma di investimento. La stagnazione e le ulteriori perdite di quote di mercato sono stati pertanto gli esiti delle politiche di bassi salari nel Sud.
Oggi i dati disponibili segnalano un allarme che sarebbe opportuno non far passare in secondo piano, su cui l’Ulivo ma anche la sinistra, il Prc innanzitutto, dovrebbero costruire un pezzo importante del loro “pacchetto programmatico”. Secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio soltanto il 23,1% delle piccole e medie imprese meridionali ha investito nel periodo 2008-2010. Il 54,9% delle imprese dichiara che non effettuerà investimenti nel periodo 2009-2010. Solo l’8,5% investirà certamente, mentre il 18,2% dichiara che è “probabile” che saranno effettuati nuovi investimenti. C’è, mi pare, già da che riflettere!
Anche la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ha lanciato il suo grido di allarme. Nel rapporto del 2011 dell’Istituto si denuncia che nei prossimi vent’anni le Regioni meridionali e insulari saranno investite da un vero e proprio “tsunami demografico”. Da qui al 2050 si prevede che il Sud perderà circa 2,5 milioni di giovani, costretti a emigrare al Nord per cercare lavoro e sopravvivere. E intanto il Nord sorpassa il Sud per il numero medio di figli per donna mentre il Sud è destinato a superare il Nord per il numero degli ultraottantenni. Cade così anche quel dogma culturale per cui le donne del Sud prolificano di più di quelle settentrionali, le quali fanno invece più figli, nonostante il livello maggiore di occupazione. La tendenza, che tende ad allargarsi, si spiega sia nel fatto che le donne nel Nord sono più garantite e assistite, sia a seguito dell’effetto statistico dell’immigrazione straniera, molto più diffusa ovviamente nelle Regioni ricche del Paese.
Dunque il Sud da terra giovane, “ricca di braccia e di menti” come si diceva una volta, si sta trasformando in un ospizio virtuale: una grande aerea depressa, spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese, a sua volta progressivamente invecchiato. Se poi aggiungono gli attuali tassi di occupazione giovanile il quadro è completo: il 31,7% è il tasso di occupazione giovanile e il 23,3% quello femminile. Siamo insomma in presenza di fenomeni sociali tipici di quei paesi che hanno un forte squilibrio territoriale e di ricchezza che testimonia le contraddizioni storiche del capitalismo italiano che in 150 anni di formazione dello Stato unitario non è stato capace di portare il Mezzogiorno ai livelli di ricchezza del più progredito Nord. Uno squilibrio, tra l’altro, che va crescendo a dismisura. Oltre i due terzi (il 68,6%) delle famiglie povere d’Italia risiede nel Meridione; l’incidenza delle famiglie monoreddito è più alta al Sud (47% contro il 41% del Centro-Nord); e al Sud una famiglia su tre guadagna tra 500 e 1500 euro al mese mentre al Centro-Nord solo una famiglia su cinque è ferma a questi livelli reddituali.
Dati preoccupanti e inquietanti dunque quelli forniti dalla Confcommercio e dalla Svimez. Dati riferiti è bene ricordarlo – a un terzo del Paese, a ben otto Regioni, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna, in cui sono concentrati 20 dei 60 milioni della popolazione italiana, cioè quasi il doppio della popolazione della martoriata Grecia o del Portogallo. Ma di fronte alla gravità della situazione il governo sta agendo nella direzione esattamente opposta rispetto a quello che bisognerebbe fare. I provvedimenti di contenimento della spesa pubblica penalizzano ulteriormente in particolare le Regioni meridionali e le fasce più povere delle popolazioni di quelle aree. Ha scritto Augusto Graziani: <<È una regola storica che la politica meridionalistica attraversi fasi alterne a seconda della situazione che domina nel nostro Paese. Quando l’industria del Nord attraversa fasi di espansione, si fanno piani di sviluppo produttivo anche al Sud; quando il Centro-Nord vive le sue fasi di ristrutturazione e di assestamento, per il Mezzogiorno non rimane che una politica di sostegno assistenziale>>. È questa la storia d’Italia, una storia di dipendenza dei rapporti tra Nord e Sud, con alterne vicende ma sempre con un Mezzogiorno concepito come mercato di sbocco, come serbatoio di consensi (si pensi a cosa era il sistema di potere democristiano) e come fonte di approvvigionamento di prodotti intermedi e di fattori produttivi. L’analisi pertanto da qui innanzitutto dovrebbe ripartire.
Prima di tutto c’è da interrogarsi se oggi una politica di sostegno assistenziale possa essere praticata al Sud. Naturalmente l’interrogativo è retorico in quanto è evidente che la pesantezza della crisi, che si presenta come crisi strutturale del capitalismo, non lascia margini a politiche meramente assistenziali sia pur in mancanza di politiche di sviluppo e industriali. Ecco perché il Sud è seduto su una polveriera. È in piena emergenza sociale e democratica e non mi pare che le vicende di Vendola in Puglia e di De Magistris a Napoli possano alla lunga rappresentare delle risposte, essere la soluzione. Il secondo interrogativo, anche questo retorico, è: l’Italia può fare a meno del Sud, di un grande serbatoio di energie umane e intellettuali, un deposito straordinario di natura, arte e cultura, ma anche di un importante mercato di consumatori? Insomma, l’Italia può crescere e modernizzarsi – come si dice – abbandonando il Mezzogiorno a se stesso?
Il Mezzogiorno rimane ancora oggi una grande questione nazionale. Un processo reale di trasformazione del Paese in termini di maggiore giustizia sociale e di ampliamento della sua vita civile e democratica non può prescindere dalla “questione meridionale”. È questione centrale e non una delle tante. Questa è l’irrisorietà del documento del Prc che tratta l’argomento in modo burocratico, quasi a dire: <<Bisogna parlare anche del Mezzogiorno>>. Togliatti in uno storico discorso svolto a Napoli nel corso del congresso della Federazione del Pci (e guarda caso l’VIII Congresso del Prc si terrà a Napoli) sostenne proprio <<il valore democratico e socialista della lotta per la rinascita del Mezzogiorno>>. Nel documento del Prc si scrivono fiumi di parole sulla “necessità del comunismo” e dell’esigenza di fare i conti con storia, ricercando gli aggettivi giusti per non urtare nessuna sensibilità sull’esperienze del “socialismo realizzato” e del movimento comunista del Novecento, ma si dedicano poche e scontate righe su un punto che dovrebbe essere strategico dell’ iniziativa politica del partito.
Leggendo il documento pare quasi che il gruppo dirigente del Prc non si sia accorto che in questi anni si è svolto ed è
tutt’ora in atto un duro scontro politico, culturale, economico e sociale che ha visto la Lega Nord protagonista, grazie anche alla sua capacità di saldarsi con le politiche neoliberiste e monetariste del governo e a un capitalismo italiano che resta arretrato rispetto al capitalismo tedesco, francese o inglese, nonostante i diversi tentativi di modernizzarlo fatti nel corso di quarant’anni di storia repubblicana. Il durissimo scontro ha per posta appunto l’obiettivo del taglio del Sud come se fosse “un ramo secco” di un’azienda decotta, un arto in cancrena da amputare. E se questo disegno non è andato ancora in porto lo si deve semplicemente al fatto che la maggior parte degli italiani sono per tradizione, storia, cultura contrari alla separazione del Paese e sanno bene che la <<Padania non esiste>> mentre il Meridione c’è e sta morendo.
Sempre più infatti si fa strada la consapevolezza che abbiamo un governo che non è neppure in grado di concepire un intervento per il Mezzogiorno, al di là delle insidiose amene proposte come quella del progetto sul Ponte sullo Stretto di Messina, perché troppo condizionato dalle visioni della Lega di poter fare a meno del Sud del Paese. D’altronde, che il governo Berlusconi abbia esplicitamente liquidato una politica per il Mezzogiorno lo si ricava anche dalla rivendicazione della cosiddetta “questione settentrionale”. Proporre come fa la Lega Nord, con il pieno sostegno del Pdl, l’esistenza di una questione primaria per le Regioni del Nord del Paese non significa solo liquidare il meridionalismo come visione democratica dello sviluppo economico e sociale del Paese, ma indica qualcosa in più: il rallentamento della crescita del tessuto produttivo e imprenditoriale settentrionale. Bossi insomma è bravo nel fare agitazione e propaganda ma è sonoramente bocciato in economia. L’insensibilità del governo sul Mezzogiorno è quindi l’aspetto più evidente del suo fallimento strategico, della sua arretratezza politica e culturale. Da qui anche il suo cadere in palese contraddizione logica. Infatti, la tanto declamata politica nazionale per rilanciare lo sviluppo del Sud è del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di adeguare i salari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita rispetto al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d’Italia).
La politica del governo si basa dunque sull’intenzione di contenere i redditi meridionali comprimendo la domanda di beni di consumo, con un ulteriore aggravio dell’economia locale. L’introduzione di gabbie salariali, che costituisce un punto rilevante del programma leghista, sembra infatti essere il prezzo che Berlusconi pagherebbe per far passare la sua l’Agenzia per il Sud con la quale mettere le mani sulle risorse per il Mezzogiorno, controllare consensi e contrastare rischi di nascenti “partiti del Sud” . Siamo quindi molto lontani da quanto occorrerebbe mettere in calendario. Ovviamente gli osservatori esperti della struttura produttiva italiana sanno con dovizia di argomentazioni che la crisi dell’economia del Centro-Nord poco ha a che fare con gli sperperi pubblici del Mezzogiorno, che oramai da tempo il flusso della spesa statale in conto capitale è strutturalmente indirizzata verso le Regioni del Nord e che il ristagno industriale dei territori storicamente dinamici è conseguenza dell’assenza di politiche industriali nazionali e delle rigide regole neoliberiste e monetariste imposte dall’Unione monetaria europea.
Meno evidente è invece quello che vuole fare l’ “Ulivo” per affrontare l’emergenza economica e sociale del Mezzogiorno, anche perché margini per realizzare politiche assistenziali, come già ho detto, non ci sono. Ma anche sulla sponda del Prc c’è buio pesto. Il documento congressuale dopo aver enunciato, per sommi capi, che il Prc intende promuovere opere di bonifica ambientale, di sistemazione della rete idrica (non si comprende perché si dimentica di citare il potenziamento e la modernizzazione della rete ferroviaria e stradale come priorità alternativa all’alta velocità), di stabilizzazione contrattuale dei precari e di introduzione del reddito sociale (tra l’altro queste proposte non sono specificatamente per il Mezzogiorno), si sofferma brevemente, cito dal documento, sulla proposta di <<un piano pluriennale di incentivazione delle produzioni tradizionali ed ecocompatibili della realtà cooperativa. In questa ottica una sicura priorità è la ripresa dell’agricoltura meridionale, con la valorizzazione commerciale dei prodotti tipici e il sostegno alle filiere biologiche. Tra gli interventi che riteniamo indifferibili va considerato il sostegno pubblico alla produzione culturale e artistica.>> Tutto qua! Tra l’altro si ripropone con ostinazione l’idea che un nuovo modello di sviluppo del Sud possa essere centrato sull’agricoltura, più o meno di qualità, e sul turismo, mentre per un insieme di fattori non posso essere questi due settori, almeno da soli, l’asse portante della sua rinascita. Certamente sono due settori importanti, da curare e da promuovere, ma non possono divenire il perno di sviluppo di un’area geografica molto estesa e variegata e con importanti metropoli, tipo Napoli e Palermo, com’è il Mezzogiorno.
È vero che vi è qualche apertura, come il capitoletto successivo su “La questione sarda”. Ma pare appiccicato là tanto per accontentare qualche sardo verniciato da una mano di sardismo. Nulla però si dice su quale idea di sviluppo dell’Isola, quando anche i sassi sanno in Sardegna che le due pre-condizioni per determinare un altro tipo di sviluppo sono la sua metanizzazione (siamo nel 2011 ma la Regione è ancora priva di questo gas naturale) e una rete integrata dei trasporti che risolva il problema definitivamente della “continuità territoriale” nei trasporti interni e per e dal Continente. E la questione vera non è quella “della sovranità del popolo sardo”, come si evince dal documento, ma il riconoscimento pieno della “specialità e dell’autonomia” della Sardegna. Quando si è in forte credito con lo Stato centrale i crediti non s’incassano con “la sovranità” o “l’indipendenza”, ma conducendo una battaglia a tutto campo per il riconoscimento dei propri diritti. Quando i padri fondatori della Regione Sardegna scrissero, all’indomani dalla nascita della Repubblica italiana, lo Statuto vollero con l’articolo 13 con forza sancire anche sul piano delle garanzie giuridiche e istituzionali la necessità di un “Piano di rinascita” dell’Isola, da realizzarsi con il concorso appunto sia dello Stato che dell’Unione europea. Insomma, l’accento fu giustamente posto con forza sulla specialità e sull’autonomia della Sardegna e non sulla sua sovranità. È altrettanto vero, inoltre, che in altri punti del documento si avanzano proposte come quelle sulla “Ridistribuzione della ricchezza” o di “Un piano per il lavoro, l’ambiente, la conoscenza e la cultura”, ma nello specifico, per il Mezzogiorno non c’è altro, oltre all’idea “un po’abusata” che la questione meridionale si pone oggi in termini nuovi.
Ma l’emergenza economica e sociale come la si affronta? Come si invertono quei dati drammatici forniti dalla Confcommercio e dalla Svimez in un contesto tra l’altro in cui il Paese cresce meno – molto meno – della media mondiale e dei paesi europei? Su questo preciso punto si dovrà pur fare prima o poi qualche riflessione. Il problema infatti non è che il Sud continua ad arretrare mentre il Nord si confronta con l’innovazione imposta dalla globalizzazione. La realtà del Paese non è questa. È esattamente il contrario: il Sud non esce dalla sua depressione storica, caso mai la crisi l’acutizzata riducendo ulteriormente un già basso tasso di crescita, mentre è il Nord all’origine della netta perdita della crescita dell’Italia rispetto agli altri paesi europei. È il Nord che perde colpi rispetto all’Europa. Il declino del Paese ha origine nel Nord, un declino che dura da un ventennio e che ci costa ormai più di mezzo punto di Pil all’anno. Però si continua a parlare del Mezzogiorno come la palla di piombo dell’economia italiana e si passano sotto silenzio le verità scomode che mettono in discussione la natura del capitalismo italiano, il suo sistema produttivo, i suoi ritardi strutturali e tecnologici. Dunque, i termini della questione tra Nord e Sud oggi non si pongono più in un Mezzogiorno che insegue, se va bene, il Nord; così si rischia, come d’altronde sta avvenendo, di inseguire il fallimento. E soprattutto bisognerà prima o poi chiarire nel merito cosa s’intende con lo slogan un nuovo modello di sviluppo per il Sud? Se per nuovo modello di sviluppo si pensa all’applicabilità al Meridione di un modello auto-propulsivo di sviluppo endogeno locale, mutuato e scopiazzato dalle esperienze di alcune Regioni dell’Italia centrale che hanno nelle piccole e medie imprese l’asse di sviluppo ma altresì possono contare su un movimento cooperativistico storicamente radicato in quelle realtà, come nel caso dell’Emilia Romagna, non si fa molta strada.
Nel corso degli anni Novanta il ragionamento, particolarmente in voga, che si articolava con una serie di affermazioni critiche sulla “Cassa del Mezzogiorno”, era di considerare quel modello, che aveva prodotto mega-infrastrutture, inutile e costoso (un modello tra l’altro che aveva favorito sul piano politico, come sostiene il documento congressuale, una <<logica tardo-socialdemocratica>>) e poiché la grande impresa a partecipazione statale si era rivelata inefficiente, deficitaria e responsabile della creazione di “cattedrali nel deserto”, tanto valeva ridimensionare gli impegni in direzione della piccola impresa indigena, portatrice – si diceva – delle competenze e dei bisogni del territorio. D’altro canto, sostenevano i difensori di questa tesi, il modello della grande impresa era sempre meno aderente al ruolo dei paesi europei occidentali nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, che si caratterizza per un peso crescente di finanza e di terziarizzazione dell’economia ad Ovest e per manifattura standardizzata nel medio e nel lontano Oriente, anche se recentemente c’è stata una forte evoluzione, con impegni di spesa nelle tecnologie da parte dei paesi emergenti, anche del manifatturiero avanzato. Seguendo questa strada l’Italia ha rinunciato ad una politica industriale e quindi allo stesso processo di industrializzazione del Mezzogiorno. “Piccolo è bello” si è detto entusiasti del nuovo paradigma delle scienze sociali, convinti che ogni territorio e ogni comunità del Mezzogiorno presentassero potenzialità proprie di crescita in grado di liberarsi dalla dipendenza del Nord del Paese e nello stesso tempo di competere con la globalizzazione. Che poi ci fossero delle indagini economiche fuori dal coro che avvertivano del contrario era del tutto irrilevante. All’idea prodiana di un Sud con la sola vocazione economica di essere “un grande giardino turistico” (e per nuovo modello di sviluppo s’intendeva appunto questo) le destre, ideologicamente ben più attrezzate, rispondevano con il grido <<meno Stato e più mercato!>>. Ed entrambi, pur con visioni diverse, alla fin fine ponevano al centro dell’azione di governo per il Meridione la centralità dello sviluppo locale, la cui estensione di mercato ondeggiava però dalla piccola impresa artigianale alla sagra del fungo porcino, sino alla moltiplicazione di aree industriali inutili per ciascun campanile. L’Italia così, in nome di un diverso modello di sviluppo e del mercato, smantellava pezzo dopo pezzo la grande impresa manifatturiera meridionale.
Ovviamente il modello non può neppure essere quello della “Cassa del Mezzogiorno”, cioè il ritorno a una nuova
industrializzazione facendo tesoro degli errori fatti dagli anni dalla ricostruzione del dopoguerra fino all’inizio degli anni Ottanta, anche perché pure questo modello, come testimonia il Nord sta vivendo una crisi profonda, che non è congiunturale ma strutturale e di prospettiva. Dunque, che fare? Da subito occorre una politica per bloccare l’emigrazione dal Sud al Nord. L’emigrazione infatti oltre ad essere un dramma sociale determina delle dinamiche economiche profondamente inique. Infatti, accresce l’offerta di lavoro nel Settentrione riducendo però i salari in quelle stesse aree, in un contesto nel quale – anche per via delle politiche fiscali restrittive del governo – il Sud non può costituire un mercato di sbocco significativo per le produzioni settentrionali. Pertanto la spirale perversa impoverimento-emigrazione-impoverimento deve essere contrastata con indirizzi di politica economica in grado di spezzarla. Questo è un tema centrale di cui non c’è traccia nel documento congressuale. Solo così si affronta da un lato l’emergenza e si determinano dall’altro lato le condizioni per una forte spinta propulsiva a favore del Sud che imponga un nuovo modello di sviluppo.
È necessaria una politica economica per il Mezzogiorno che punti in primo luogo al superamento del “nanismo” delle imprese meridionali e della loro conseguente incapacità di attuare innovazioni. Insomma, il primo intervento pubblico e straordinario è quello di promuovere il “salto tecnologico” delle imprese del Mezzogiorno attraverso dispositivi normativi rigorosi ma snelli che incentivino le aggregazione tra imprese. Ma si tratta, in termini più sostanziali, di promuovere un rinnovato “protagonismo pubblico” sollecitando un’azione “keynesiana” di orientamento della specializzazione del tessuto produttivo verso settori a più elevata intensità tecnologica. E proprio su questo terreno strategico sull’“economia della conoscenza”, su cui molti altri Paesi giustamente stanno investendo, le responsabilità del governo Berlusconi e della Confindustria sono gigantesche. Il governo ha promosso una riforma dell’università e della ricerca non solo a “costo zero”, come nel passato, ma addirittura a costi decrescenti, vantandosi e facendone motivo di propaganda di questa sua scelta, mentre tutte le statistiche nazionali e dell’Unione Europea indicano che l’Italia spende da decenni meno della metà degli altri paesi nella spesa per la ricerca e l’istruzione. È tra gli ultimi e il Mezzogiorno, ovviamente, è al di sotto di questa media nazionale già così deludente e preoccupante. Anche la Confindustria porta le sue pesanti responsabilità. È molto sensibile agli incentivi pubblici e molto poco al ruolo della ricerca. Alle denunce della Cgil che occorre intervenire con una politica industriale basata sulla ricerca e sull’innovazione il padronato italiano risponde evocando cause del tutto infondate, come l’eccessivo costo del lavoro, o la scarsa formazione dei lavoratori che impedirebbe alle imprese di trovare sul mercato le alte professionalità di cui ha bisogno per innovare. Insomma per la Confindustria le responsabilità sono sempre degli altri, dei sindacati e spesso della politica, ma mai del sistema delle imprese e dalla natura arretrata del capitalismo italiano.
A monte vi è, in secondo luogo, anche un’azione più immediata da praticare, e di assoluta urgenza: una politica di fiscalità di vantaggio non tanto alle imprese, bensì a favore delle famiglie. La ragione di questa proposta è nella duplice constatazione che: a) le politiche di detassazione per le imprese che intendono investire nel Mezzogiorno non hanno prodotto in questi anni risultati significativi per quanto attiene all’attrazione di investimenti. Secondo l’ultimo rapporto della Svimez il tasso di crescita degli investimenti “esterni” all’area si è ridotto, rispetto al precedente biennio, e comunque prima del propagarsi della crisi,dal 2,4% allo 0,5%; b) la propensione al consumo cresce al ridursi del reddito disponibile. In altre parole le famiglie con più basso reddito sono quelle che in termini percentuali destinano una quota più alta a consumi. Quindi una politica di parziale ridistribuzione del reddito mediante una politica di fiscalità di vantaggio alle famiglie con l’introduzione del reddito sociale per i disoccupati garantirebbe un aumento dei salari con il conseguente aumento dei consumi, del livello di produzione e di occupazione. Insomma, si tratta di far ripartire l’economia meridionale che da ben sette anni ha un tasso di crescita minore di quello del Nord e la forbice con la crisi tende ad allargarsi.
Ma le azioni di governo per affrontare la crisi nel Mezzogiorno devono essere accompagnate – problema ormai ineludibile – da una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici da parte dello Stato e del sistema delle Regioni e delle autonomie locali. Non si tratta di una questione di sola giustizia distributiva, questione ovviamente rilevantissima dal momento che il Paese su questo tema è già diviso in due, ma di efficienza del sistema. E qui c’è il primato della politica: a cominciare dalla lotta agli sprechi e alle ruberie, alla sfida quotidiana contro la criminalità organizzata, sostenuta sul piano politico da un intreccio perverso tra politica e malaffare, su quello culturale dall’omertà e dalla paura, su quello economico da una finanza la cui unica vocazione è di condurre operazioni speculative mediante le quali riciclare anche capitali provenienti da attività illecite e criminali.
In conclusione. Un nuovo modello di sviluppo non lo si afferma dalla sera al mattino.
È necessaria una politica, indicare delle priorità di riforma, realizzare degli obiettivi intermedi. Avremmo per questo bisogno anche di un nuovo pensiero meridionalista, ma in giro oggi a sinistra e tra le forze democratiche non ci sono i Dorso, i Nitti, i Croce, i Salvemini, i Gramsci, i Togliatti, i Sereni, i Saraceno e i Rossi-Doria. Non si vedono in giro i nuovi Di Vittorio, Amendola, De Martino e Caianiello. Il documento congressuale del Prc risente di questo clima, del silenzio intorno alla “questione meridionale”. Ma il fatto che non s’intravveda nei ceti dirigenti meridionali un allarme corrispondente al destino inquietante che incombe sul Mezzogiorno non giustifica un brutto segno di sciatteria, cioè che si riproponga, in modo rimasticato tra l’altro, alcune idee a suo tempo avanzate in programmi e piattaforme di tante battaglie meridionaliste condotte in quasi mezzo secolo di lotte dalla forze democratiche, dalla sinistra, dai comunisti in termini politici, dalla Cgil sul piano sociale.
Le indicazioni contenute nel documento – anche se buttate lì senza troppo rifletterci – aggiustate, aggiornate e integrate da altre frettolosamente dimenticate, come quella di un’Agenzia per il Mezzogiorno sul modello roosveltiano (cosa profondamente diversa dall’Agenzia per il Sud proposta da Berlusconi, fondata su un programma di lavori pubblici e di grandi opere), devono pertanto essere considerate un semplice inizio di apertura di un ragionamento teso a definire un insieme di proposte di chiaro stampo meridionalista. Questo impegno deve essere preso solennemente dall’VIII Congresso del Prc proprio perché, per lo scontro politico e sociale in atto, più di ieri il rinnovamento democratico del Paese e un processo di trasformazione in senso socialista della società italiana passano attraverso un riscatto e la rinascita del Mezzogiorno e questo riscatto e questa rinascita non è una questione – come ci ha insegnato Gramsci – che interessa le sole popolazioni meridionali, ma è una grande questione nazionale; anzi è la questione storica non risolta dell’Italia e in quanto tale va riproposta con forza, impegno e rigore.
L’ANNO DEL DRAGONE
di Francesco Maringiò su Marx 21
L’economia cinese sembra subire una brusca battuta d’arresto. Ma è davvero così? Per capirlo dobbiamo sforzarci di ragionare “alla maniera asiatica”: ci affacceremo ad un mondo nuovo da cui, se saremo capaci, potremo trarne vantaggi enormi. L’anno del drago è un banco di prova anche per noi.
1. Coinvolge milioni di persone la festività più importante di tutto l’estremo oriente: è il capodanno cinese, che
quest’anno prende il via il 23 gennaio e, per 15 giorni, vedrà il susseguirsi di festeggiamenti fino al giorno della festa delle lanterne. È tradizione in questo periodo spostarsi per raggiungere i propri villaggi d’origine ed i familiari. Il “protagonista” delle feste del 2012 sarà il drago, simbolo per eccellenza della cultura cinese e segno zodiacale a cui è associato il nuovo anno, coincidenza questa che aumenterà notevolmente gli spostamenti (e le nascite). Un calcolo per difetto, già parla di 3 miliardi di viaggi in programma in questi giorni.
2. Secondo Bank of China, nonostante il 2012 sia l’anno del drago - allegoria di prosperità e fortuna -, il Pil cinese registrerà performance inferiori a quelle degli anni precedenti: 8,8% contro il 9,3 del 2011 ed una costante crescita a due cifre del decennio precedente. A dicembre l’inflazione è scesa al 4,1%, segnando un deciso trend al ribasso (era il 5,1% il mese prima ed il 6,5% a luglio), mentre i prezzi, sull’onda del rincaro di materie prime ed alimentari, sono cresciuti ben oltre il tetto del 4% fissato dalle autorità (arrivando al 5,4%). In questo quadro non v’è dubbio che la crisi economica abbia giocato un ruolo non secondario: la Cina, da sempre, ha basato la sua forza sull’export ed oggi la congiuntura genera maggiori incertezze proprio rispetto ai partner commerciali di riferimento (Usa e Ue).
I tradizionali vettori dell’economia cinese (investimenti, export, consumi) stanno facendo molta fatica a raggiungere gli standard dei decenni scorsi. Secondo il Centro di Ricerca per lo Sviluppo del Consiglio di Stato, ci sono già segnali evidenti del fatto che il tasso di crescita in Cina rallenterà nei prossimi anni, proprio come già successo in Germania alla fine degli anni ‘60, in Giappone nei primi anni ‘70 e in Corea del Sud alla fine degli anni ‘90. Questa decelerazione la riscontriamo in diversi campi. In primo luogo sugli investimenti infrastrutturali, il più importante motore di crescita, che è oggi in forte calo sugli investimenti totali: nel 2006 rappresentava più del 30% mentre nel 2011 è sceso a circa il 22%. In secondo luogo è calato negli ultimi tre anni l’apporto fornito al Pil nazionale da parte del tasso di crescita delle province e delle municipalità della costa sud-orientale. In terzo luogo si avverte una forte preoccupazione da parte dei risparmiatori rispetto agli investimenti fatti nel mercato immobiliare e nei portafogli finanziari dei governi locali.
3. Il sistema di pensiero tradizionale cinese, di cui la stessa figura del drago è figlia, è il frutto di millenni di sovrapposizioni ed intrecci di diversi pensieri filosofici e canoni culturali. Il drago è un animale mitico polimorfo, che include tutti gli altri della mitologia cinese. Codificato graficamente per la prima volta durante la Dinastia Song (960-1279) da Guo Ruonxu, è il frutto della composizione di nove animali tradizionali (cammello, carpa, cervo, coniglio, mucca, coccodrillo, rana, tigre, aquila). Le scaglie sul corpo sono quelle della carpa, di cui ne è probabilmente una rielaborazione e di cui mantiene i benauguranti colori principali (oro e rosso). Nella tradizione è stato usato per millenni dagli imperatori come emblema principale del potere imperiale.
Nella cultura occidentale i draghi sono invece associati all’epoca medioevale, ai castelli con fossati e cavalieri e, soprattutto, sono esseri mostruosi che sputano fuoco e terrorizzano sia la Terra che le fiabe. Nella tradizione cristiana, poi, il drago diventa la personificazione del male: «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro», afferma San Giorgio che, stando alla tradizione, è colui che ha ucciso il drago, archetipo del “nemico del genere umano”.
Fintanto che continueremo a guardare a long (il drago cinese) solo con i nostri parametri culturali, difficilmente capiremo l’importanza che riveste questo simbolo allegorico e faremo fatica a comprendere il significato di quella danza che tante volte abbiamo visto rappresentata con la sfilata del dragone di cartapesta e stoffa dalle comunità cinesi anche nel nostro paese. Fintanto che long, per noi, continuerà ad essere un lungo serpente sputa fuoco, temibile e maligno, difficilmente potremo entrare in sintonia con i cinesi. Perché per loro il drago (long) sarà sempre un animale associato col Cielo, mentre per noi (il serpente) col sottosuolo.
4. Dopo questa digressione, riprendiamo il rovello del punto precedente: visti i dati sulla situazione economica a fine 2011, siamo alla crisi del modello di crescita cinese? Stando ai nostri canoni, la risposta non può che essere affermativa. Ma se ci sforziamo di fare nostra la lezione del drago e comprendere la differenza di approcci tra il nostro mondo e l’oriente, forze riusciremo a non confondere più il Cielo col sottosuolo.
Quello che viviamo è un mutamento di fase importante: l’anno del drago sarà quello in cui la Cina registrerà il passaggio ad una fase di crescita a velocità intermedia. Da un regime di sviluppo a due cifre si passerà gradualmente ad una crescita annuale del 6-7% per un periodo di 10, 15 o addirittura 20 anni. La lezione più importante che la Cina ha appreso dalla crisi finanziaria internazionale è che lo sviluppo dell’economia virtuale (finanziaria) e di quella reale non possano essere reciprocamente vantaggiosi: la ragione principale per cui i paesi occidentali non sono emersi dalla crisi è che l’economia reale, compresa la produzione, non cresce. La ricetta economica cinese prevede, di converso, l’attestarsi strategico su una produzione fortemente competitiva, sviluppando parallelamente l’industria dei servizi, ed in particolare la ricerca e lo sviluppo, la logistica ed i sistemi di informazione, al fine di migliorare l’efficienza produttiva. Difficilmente il settore delle infrastrutture potrà continuare ad avere nei prossimi anni le prestazioni straordinarie dei decenni passati, perché questo come le industrie connesse come quelle dei materiali o le aziende cementiere, sta entrando nella fase dei suoi picchi storici di domanda e capacità produttiva. Le stesse piccole e medie imprese del sud-est cinese hanno sperimentato notevoli difficoltà a causa della contrazione della domanda, dell’aumento dei costi di produzione e delle difficoltà col credito, quindi non potranno crescere come in passato. Per rispondere a queste esigenze Pechino si sta attrezzando all’avvio di un periodo di rallentamento della crescita e di una riconfigurazione del modello produttivo che sarà basato, d’ora in avanti, su poche grandi imprese con sostanziali aiuti nell’economia di scala, assieme ad una miriade di piccole e medie imprese con vantaggi specializzati. Ragion per cui, le parole d’ordine d’ora in avanti saranno: qualità, ricerca ed innovazione tecnologica.
Dopo lo sviluppo accelerato ed una crescita espansiva a seguito delle riforme di apertura del 1978, il nuovo Piano economico (il12mo) ha posto l’accento sull’aumento della qualità dello sviluppo medesimo: vengono abbassate le aspettative di crescita per elevarne la qualità. È questo il testimone politico che Hu Jintao lascia a Xi Jinping, che quest’anno verrà eletto nuovo presidente e segretario del Pcc, per ridurre gli squilibri (tra città e campagna, tra zone costiere e zone interne,…) e promuovere uno sviluppo armonioso della società. E per questo ci si pone come obiettivo l’aumento del livello di protezione ambientale, la creazione di 45milioni di nuovi posti di lavoro, la costruzione di 36milioni di case popolari e la costruzione di un sistema pensionistico che copra tutti i contadini cinesi.
5. La sfida di questo gigantesco piano riguarda anche noi. Finché in Occidente continueremo a vedere nel drago cinese una minaccia da cui stare alla larga, difficilmente riusciremo ad agganciare le nostre carrozze alla locomotiva dello sviluppo asiatico. Solo una messa in discussione profonda dei nostri pregiudizi ci aiuterà ad invertire la rotta. Anche per la nostra politica, quindi, l’anno del drago, può essere un importante banco di prova, ma anche una incombente necessità. Ne saremo all’altezza?
INTERVENTO DI SANDRO VALENTINI ALL’VIII CONGRESSO DEL PRC
Napoli, 3 dicembre 2011
Ho apprezzato la relazione del Segretario. La condivido, la condivido molto, sia nel taglio coraggioso sia soprattutto nei contenuti. E vorrei che questa mia netta affermazione non fosse liquidata dalla stesso Ferrero con una battuta di spirito: <<Dove ho sbagliato se anche Valentini è d’accordo?>>
No, le questioni che abbiamo da affrontare e da discutere in questo Congresso sono talmente impegnative e gravi che non lasciano spazio a sia pur simpatiche battutine e a giochi di parole. E il documento congressuale in questo non ci aiuta, è completamente fuori fase rispetto alla formazione del Governo Monti. La proposta del “fronte democratico” è infatti totalmente superata dai fatti, ma la situazione del Paese permane grave, pesante, sia sul piano politico sia su quello economico e sociale e dal Congresso deve uscire fuori una linea chiara su cui chiamare tutto il partito al lavoro, alla mobilitazione e alla lotta.
Nella relazione Ferrero ha avanzato una proposta politica che prende coraggiosamente atto del cambio di fase assumendosi in prima persona, come Segretario e senza rete, delle precise responsabilità. Credo che questo sia, a prescindere se la proposta la si condivide o no, un atto di coraggio che merita di essere sottolineato.
Ed io, come ho già detto, la proposta politica avanzata la condivido.
È fuori discussione che nessuno di noi mette in discussione la necessità di sviluppare una forte opposizione politica e sociale al Governo Monti. Certamente occorre cogliere pienamente l’aspetto positivo della caduta di Berlusconi e del suo governo, pericoloso per le sorti della democrazia. Per questo è sbagliato porre l’accento solo sulla continuità tra le politiche economiche e sociali del Governo Monti con quello di Berlusconi. La sconfitta politica del berlusconismo, che speriamo sia definitiva e su questo importante aspetto bisogna continuare a vigilare esercitando una pressione politica, è un risultato che non va assolutamente sottovalutato. Con il Governo Monti non si compie la difficile e complessa transizione dalla cosiddetta seconda alla terza Repubblica, ma si avvia un processo le cui conclusioni sono ancora tutte da scrivere e il cui esito è tutt’altro che scontato.
Resta però il dato che Berlusconi non è caduto da sinistra, nonostante le imponenti manifestazioni e lotte condotte in questi anni dai lavoratori, dai precari, dalle donne, dagli studenti, dagli ambientalisti e dai pacifisti, bensì da destra, con la nascita del Governo Monti, definito tecnico ma che tecnico non è in quanto ripropone e rilancia le politiche neoliberiste e monetariste della destra europea. Nelle scelte di politica economica e sociale si delinea pertanto la continuità del Governo Monti con quello precedente di Berlusconi.
Dunque, è fuori discussione la nostra ferma opposizione al Governo Monti e che la situazione determinatasi ci allontana dal Pd, di un partito le cui responsabilità sono grandi, sia per avere deciso passivamente di sostenerlo sia per non avere puntato con determinazione alle elezioni politiche anticipate; insomma di un partito che ha preferito disarcionare da cavallo il suo leader Bersani e conseguentemente messo in soffitta il progetto stesso del “nuovo ulivo”.
Ferrero con grande onestà politica ha affermato che la nostra linea del “fronte democratico” è stata sconfitta. È vero, sono d’accordo. Caso mai il Congresso dovrebbe discutere di più sulle cause di tale sconfitta proprio per non ripetere errori già fatti. In questa nostra sconfitta ritrovo purtroppo tutte le ragioni politiche che mi avevano spinto, insieme ad altri/e compagni/e, a presentare due emendamenti al 1° documento congressuale. Abbiamo deciso di ritirali, in accordo con le Federazioni in cui sono stati approvati, non solo perché siamo entrati in una nuova fase in cui la “proposta del fronte democratico” è superata dai fatti, ma soprattutto perché ci ritroviamo senza riserve nella proposta avanzata da questa tribuna dal Segretario: costruire e sviluppare la mobilitazione sociale e politica al Governo Monti attivando processo unitari tramite un’opposizione costituente dell’intera sinistra.
Sarebbe di grande valore politico chiudere unitariamente il Congresso su questa linea, superando divisioni e contrapposizioni e lo dico io che nel corso degli ultimi due anni ha avuto con il Segretario più di un dissenso e polemiche anche aspre. Insomma, anch’io come Ferrero voglio iscrivermi alla nuova e ampia maggioranza politica che uscirà dal Congresso!
Costruire l’opposizione al Governo Monti, contro l’iniqua e classista manovra finanziaria che si sta delineando non vuol dire rinchiuderci in un recinto minoritario e settario. No, tutt’altro. Significa lavorare per allargare lo schieramento affinché l’opposizione sia una critica di massa contro le oligarchie finanziarie, che produca un vero e proprio sussulto democratico per uscire dal neoliberismo e realizzi le condizioni di un’alternativa vera alla destre, per una transizione governata da una rinnovata sinistra egemone.
Un’opposizione ferma ma unitaria. Allora, guai a noi se dovessimo credere che il riposizionamento al centro del Pd sia definitivo o addirittura lo occupi senza pagare dazi a sinistra; guai a noi se dovessimo considerare Sel persa a una battaglia di opposizione dopo che Vendola l’ha condotta in un vicolo cieco; guai a noi se dovessimo, come troppo spesso è successo nel passato, avere nei confronti della Cgil un atteggiamento di incomprensibile chiusura settaria non sostenendo le sue battaglie e lotte; guai a noi, infine, se dovessimo considerare il Prc autosufficiente e ridurre il processo della rinascita della sinistra in Italia solo al suo rilancio.
Ecco, nell’ambito di questo contesto di costruzione di un’opposizione costituente di sinistra al Governo Monti che va anche affrontato il tema del partito che vogliamo e della sinistra che vogliamo. Il Prc è il cuore – e lo sta dimostrando sul campo – dei processi unitari a sinistra. Senza rifondazione comunista non si avvia nessun processo. Ma è giunto pure il momento di superare le differenze tra noi non dividendoci più aprioristicamente e ideologicamente sul processo che si intende realizzare. Oggi, intanto con il Congresso rilanciamo il partito mettendolo completamente a disposizione al rilancio della Fds come soggetto politico.
In questi ultimi anni ci siamo di volta in volta meravigliati che in Europa c’è una gran bella sinistra, Isquerda unita in Spagna, la Linke in Germania, il Partito comunista in Portogallo e Francia, e da ultima l’esperienza della sinistra Belga. Non so se il futuro della sinistra italiana sarà la costruzione di un grande partito di massa della rifondazione comunista o altro. Sarà il processo unitario in divenire a indicare nei fatti e in concreto il progetto migliore per il nostro Paese. A noi, ora, aspetta l’impegnativo compito di avviarlo, di farlo partire immersi nel vivo dello scontro politico e sociale in atto. Su cosa diventeremo e saremo si vedrà. Nessuno di noi ha la sfera di cristallo. So solo che chi ha più filo più tesserà per la costruzione di un soggetto politico che riproponga all’ordine del giorno le ragioni del socialismo nel XXI secolo.
IL MERCATO DELLE BUGIE
Piccolo glossario dei luoghi comuni e delle falsità utilizzate per restaurare il liberismo in crisi
di Leonardo Caponi, novembre 2011
Un clima di panico viene diffuso sul crollo della borsa, le “impennate” dello spread, la catastrofe economica imminente, la bancarotta dello stato. Si tratta di eventi, spesso del tutto infondati, certamente drammatizzati al solo scopo di far passare la linea economica del ripristino del liberismo e del monetarismo in crisi, a danno degli interessi delle popolazioni (e dispiace vedere complice di questo disegno la massima autorità dello Stato, da tutti stimato).
Ecco un piccolo glossario delle bugie che vengono diffuse dalla politica e cultura ufficiali e amplificate a dismisura dai media.
Lo sviluppo dipende dalla Borsa. Le imprese italiane quotate in borsa sono “storicamente” poche. L’80 per cento dell’apparato produttivo del Paese, quello che genera ricchezza, è costituito da medie, piccole e piccolissime imprese, in genere sottocapitalizzate, nessuna delle quali quotata in borsa, che attingono le risorse per i loro investimenti dai tradizionali mutui bancari o dagli incentivi pubblici. La borsa, in realtà, premia la rendita e la speculazione finanziaria, cioè l’utilizzo del danaro per usi extraproduttivi, tant’è che, nell’epoca del liberismo, si è giunti al paradosso che una impresa vale più se impiega un minor numero di dipendenti, cioè, in definitiva, se produce una ricchezza inferiore alle sue potenzialità. Il “mercato” italiano che ha generato sviluppo è stato tradizionalmente rappresentato dai grandi investimenti pubblici e la decrescita o la stagnazione della crescita segue in Italia (si potrebbe vedere benissimo in un grafico parallelo) il taglio della spesa pubblica.
Lo spread fa crescere i tassi di interesse. Si tratta di due cose diverse e, in buona misura, indipendenti. Il tasso di interesse bancario è stabilito dalle banche centrali (quella europea e le banche nazionali). In tutti questi anni di sacrifici, le banche italiane (ma anche imprese con loro collimanti o proprietarie, come quelle assicurative o immobiliari) hanno continuato a lucrare profitti e ad accumulare ingenti patrimoni immobiliari e mobiliari. Esse godono di una legislazione di tutto favore (ad es. le assicurazioni non sono tenute al bilancio preventivo e le Fondazioni bancarie sono oasi di privilegi legislativi e fiscali, oltre che di potere massonico) e l’idea che l’abbassamento dei tassi sui prestiti possa essere attuato (come sarebbe del tutto possibile) attraverso una modesta riduzione dei loro saggi di profitto, non è nemmeno presa in considerazione.
L’aumento del differenziale di remunerazione dei nostri titoli pubblici rispetto a quelli più forti (lo spread) in realtà provoca un aumento del debito pubblico. Ma questo è un dato “tradizionale” e strutturale dell’Italia (una novità nelle percentuali di aumento, non nella sua grandezza di base) che non ha il carattere della catastrofe dietro l’angolo e può essere fronteggiato con una accorta politica di gestione del debito in rapporto alla crescita (tenendo anche conto che, sulla base dei dati ufficiali dell’ultimo governo, l’Italia sta per riconquistare l’avanzo primario, cioè il bilancio in attivo, depurato dal debito). Sullo spread incide in maniera determinante la speculazione finanziaria che, come vedremo più avanti, non è per niente un evento naturale incontrollabile.
La moneta forte favorisce lo sviluppo. E’ vero l’esatto contrario; per i motivi detti, l’euro “forte” favorisce gli impieghi finanziari e speculativi e penalizza l’uso “produttivo” del danaro. Questa è la storia della crisi europea di questi anni. Per di più la moneta forte favorisce le economie più forti e, senza misure di riequilibrio, è un “disastro” per quelle più deboli e Paesi come l’Italia per lo più esportatrice di beni non primari e di larga concorrenza. Il vantaggio per il nostro Paese nell’importazione del petrolio è annullato dai profitti e dalle speculazioni delle grandi compagnie petrolifere.
L’Italia rischia la bancarotta. Altra minaccia sovrastimata. L’Italia non solo conserva un buon capitale produttivo (inteso come apparato e qualità), ben più di Grecia e anche Spagna, ma è il Paese definito, in una recente ricerca, “dei frati ricchi nel convento povero”, cioè con debito pubblico elevato, ma forte risparmio privato. E poi, come tutti possono intendere, i banchieri europei, che alla fine non vogliono “perdere” nemmeno la Grecia, non possono certo far fallire un Paese di 60 milioni di abitanti che trascinerebbe dietro tutti quanti e sconvolgerebbe l’Ue.
Non c’è difesa dalla speculazione. Falso clamoroso. La speculazione finanziaria che attacca i titoli di stato più deboli, si potrebbe benissimo contrastare e stroncare con imposte come la Tobin tax e altre misure (liberali, non comuniste) di tassazione delle transazioni, dei trasferimenti di capitali (notorietà dei titoli ecc.) e delle rendite. La verità vera è che questo sistema è imperniato sulla speculazione finanziaria! Essa è elemento costitutivo e propulsivo delle contrattazioni e del “mercato” e, in quanto tale – formalmente nella sua versione “buona”, peraltro inesistente e indistinguibile da quella cattiva – viene preservata e incentivata!
Vendere i beni pubblici per lo sviluppo. Vendere (sarà in realtà una svendita) il patrimonio dello Stato e degli enti pubblici e locali è una delle misure più “gettonate” dell’attualità, anche perchè apparentemente meno carica di costi sociali. In realtà, sul piano dei valori, segnerebbe un altro passo verso il crollo di ogni spirito pubblico e in termini aziendali sarebbe un vero e proprio suicidio. Volevano e vogliono lo Stato imprenditore. Che immagine di solidità e che prospettiva può avere un’impresa che, per sopravvivere, si “mangia “ il capitale!? O, per altro verso, che futuro può avere una famiglia, che per tirare avanti, vende la casa!?
Il “pubblico” non è al passo col privato. Leggere la crisi attuale come un nuovo fallimento del “pubblico” (termine dove tutto viene confuso e mescolato, dagli sprechi della burocrazia, a quel che resta dello stato sociale, ai costi della politica ecc) è quanto di più lontano dalla verità. Ci vuole una bella faccia tosta a sostenerlo! Le crisi è cominciata in America e si è diffusa in Europa col fallimento delle banche private e gli Stati nazionali si sono dovuti svenare (ecco la causa dell’aumento dei debiti pubblici!) per salvarle!; e si è avuto il paradosso che, dopo venti anni di inni al “meno stato, più mercato”, si è dovuti ricorrere alle nazionalizzazioni per evitare il crollo generale del sistema!
Il liberismo su scala mondiale ha prodotto una riduzione dei costi di produzione a scapito dell’occupazione e dei salari. Così nel mercato oggi le imprese riescono a immettere prodotti a minor costo, ma non trovano compratori. Ci si è dimenticati che la banca americana che ha dato origine alla crisi aveva immesso una abnorme quantità di mutui e titoli immobiliari non coperti, per sopperire al calo dei consumi e costituire così una specie di mercato artificiale?
Insistere su questa linea è una vera e propria follia! Se non si imbocca al più presto la strada nuova di un rilancio selettivo degli investimenti pubblici e di ripresa dei consumi, non ci sarà bugia al mondo in grado di risolvere una crisi senza soluzione.
I PARADOSSI DELLA CRISI FINANZIARIA E L’INSTABILITA’ DEL CAPITALISMO. OLTRE IL MAINSTREAM NEOCLASSICO
Articolo di Giorgio Ricchiuti (*), Sebastiano Nerozzi (**) uscito su “Jura Gemtium”
Sembrava passata la crisi, sembrava di essere sulla via della ripresa. Siamo invece scoprendo che, forse, Nouriel Roubini ha avuto ancora ragione e questa è una crisi a W: una forte recessione seguita da una ripresa che si è, però, rivelata fiacca ed instabile fino a sfociare in una nuova recessione o quasi. Si è trattato, per molti aspetti, di una ricaduta non inattesa, ma paradossale, come paradossale è la crisi che l’ha preceduta.
Il carattere paradossale della crisi si è rivelato a nostro avviso su tre piani: nel contrasto fra ciò che la teoria economica affermava e ciò che la politica ha attuato; nella distribuzione dei costi della crisi fra chi (prevalentemente) l’ha originata e chi (prevalentemente) l’ha subita; nella mancanza di regole che era stata fin da subito indicata come la sua causa fondamentale e che non è stata colmata.
Questi paradossi, come cercheremo di mostrare nella seconda parte di questa nota, non sono in realtà il frutto di uno sfortunato accidente ma la manifestazione dell’inadeguatezza teorica dell’economia dominante (comunemente indicata con il termine mainstream) (1). Questa visione ha impedito alla maggior parte degli economisti, dei politici e degli operatori, di cogliere le prime manifestazioni della crisi in tutta la loro portata, individuarne le cause profonde e trarne, fino in fondo, le necessarie conseguenze.
Nelle pagine che seguono cercheremo di illustrare il carattere paradossale della crisi e di descrivere brevemente i principali deficit di analisi che hanno condotto la scienza economica contemporanea a questo clamoroso default.
1. I tre paradossi della crisi
La crisi del 2007/2008 è stata generalizzata, profonda e di dimensioni globali; una crisi le cui le prime manifestazioni sono state prima negate e poi minimizzate dai teorici del mainstream, fino a che il fallimento di Lehman Brothers ha reso palese che il sistema finanziario globale era ormai sull’orlo del collasso.
Un primo paradosso è dato dall’emergere di un evidente conflitto fra teoria e politica economica. Di fronte ad una situazione di emergenza che richiedeva interventi rapidi e di vasta portata, le politiche fiscali keynesiane, a lungo screditate dalla teoria economica dominante (2), sono state frettolosamente richiamate in auge. Si trattava di tamponare le falle apertesi nel sistema finanziario e cercare di risollevare l’economia reale con massicce iniezioni di spesa pubblica; allo stesso tempo politiche monetarie fortemente espansive hanno cercato di contrastare una drammatica “trappola della liquidità” che ormai i nostri manuali di economia avevano relegato fra gli eventi altamente improbabili. Fortunatamente sono rimaste inascoltate le invocazioni di esponenti assai in vista del mainstream secondo i quali la crisi finanziaria sarebbe stata passeggera e la cosa migliore fosse lasciar fallire le mele marce, in attesa che il mercato tornasse ai suoi livelli di equilibrio.
Tuttavia i salvataggi bancari e gli stimoli fiscali – eseguiti con scarsa convinzione e mal coordinati fra i diversi paesi – si sono rivelati inadeguati a stabilizzare le aspettative sempre più incerte dei mercati e a stimolare una crescita stabile. Dopo una piccola e malferma ripresa, sul finire del 2009 la crisi greca ha riaperto il vaso di Pandora, spostando l’attenzione dal default degli asset privati al possibile (probabile?) default dei bilanci pubblici – appesantiti dalle operazioni di salvataggio degli istituti bancari too big to fail.
In questa seconda recessione non abbiamo molti strumenti da usare, visto che i maggiori paesi combattono già con deficit e/o debito fuori controllo: abbiamo speso tanti soldi pubblici per agevolare la ripresa e adesso che i soldi sono finiti, è il buco nei nostri bilanci ad impedire la ripresa! Quel buco creato per salvare le banche e i mercati finanziari dal collasso, viene coperto riducendo la spesa pubblica (in particolare pensioni e salari) e tagliando il welfare. La crescita economica, a sua volta, deve essere stimolata con una ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro. I lavoratori pagano di tasca loro i danni di una crisi che, in gran parte, non hanno generato e i salvataggi di cui, in gran parte, non hanno beneficiato. Ecco qui il secondo paradosso.
Ma ancora un terzo paradosso è stato messo in luce da come la crisi è stata gestita. Ad una crisi finanziaria scatenata, secondo la maggior parte degli osservatori, dalle intemperanze della deregolamentazione, non si è stati in grado (almeno per il momento) di far seguire alcuna seria regolamentazione dell’attività finanziaria, soprattutto nei settori più opachi e speculativi (si veda i ritardi nel processo Basilea 3). Ciò è stato il risultato delle pressioni delle lobby finanziarie (ancora potentissime), dei disaccordi fra paesi, ma anche della resistenza di molti economisti ad ammettere la necessità di interventi strutturali per ripristinare un grado accettabile di stabilità finanziaria e di equità sociale. La crisi finanziaria è interpretata come una parentesi (assai lunga ormai!), in larga parte dovuta ad errori di policy e a infauste circostanze: passata l’emergenza occorre ritornare, senza indugi, ad affidare il governo dell’economia alla sola “mano invisibile” dei mercati finanziari. Trasparenza informativa ed un paniere minimo di regole uniformi sono gli unici presupposti necessari ad una piena efficienza dei mercati. Nonostante quattro anni di crisi la teoria economica dominante non sembra disponibile, tranne poche eccezioni, a rivedere le sue posizioni teoriche e di politica economica.
Tuttavia esiste un ampio fronte di studiosi che, pur ispirandosi a visioni teoriche diverse, converge nel ritenere la presente crisi finanziaria come manifestazione dell’intrinseca instabilità del sistema capitalistico, ulteriormente accresciuta dall’estesa finanziarizzazione dei processi economici. Si tratta di una intrinseca instabilità che il mainstream ha a lungo cercato di negare. Tale negazione emerge in modo chiaro dalla sottovalutazione di alcuni tratti essenziali del sistema capitalistico: il concetto di incertezza, l’interconnessione e l’eterogeneità degli agenti, la dinamica e gli effetti della distribuzione del reddito. Semplificando molto un panorama di posizioni assai variegato, nelle prossime pagine vedremo come intorno ai tre concetti sopra richiamati sia possibile individuare tre diversi filoni di pensiero che pur facendo riferimento a tradizioni teoriche diverse, sono accomunati da una critica radicale alla teoria economica mainstream.
2. L’illusoria eutanasia dell’incertezza
Richiamando la lezione di John Maynard Keynes e di Hyman Minsky, un primo filone di pensiero ha messo in luce come in una “economia monetaria di produzione” le decisioni di risparmio e di investimento sono prese da soggetti diversi, in momenti diversi, sulla base di aspettative mutevoli e senza che il sistema di prezzi presenti e futuri (trattati appunto sul mercato finanziario) sia in grado di rendere mutuamente compatibili le loro diverse decisioni.
I fenomeni di disequilibrio hanno quindi un carattere strutturale: contrariamente a quanto spesso sostenuto dalla teoria mainstream, gli shock che colpiscono l’economia non sono solo di natura esogena o casuale (una guerra, un terremoto, una scoperta tecnologica), ma hanno una forte componente endogena e sistemica, che condiziona l’andamento dell’economia reale non solo nei cicli di breve periodo, ma nei suoi sviluppi di lungo periodo. La fitta e complessa trama di relazioni di debito-credito che legano gli agenti, può dunque, date certe condizioni, amplificare l’intrinseca instabilità e fragilità del sistema finanziario, creando un rischio sistemico che trascende la supposta solidità e “copertura” delle singole posizioni. Ciò dà luogo ad una incertezza fondamentale riguardo le variabili essenziali nella determinazione delle scelte degli agenti.
Ma per molti anni gli economisti mainstream hanno coltivato l’illusione di poter ridurre l’incertezza fondamentale ad un mero rischio probabilistico, dal quale è possibile proteggersi attraverso la sottoscrizione di un titolo derivato o di un contratto assicurativo, come se le probabilità del verificarsi di un singolo evento fosse del tutto indipendente dal verificarsi degli altri. I fautori della deregolamentazione hanno sempre sostenuto che attraverso la creazione di titoli derivati sempre più sofisticati, fosse possibile diversificare e distribuire il rischio connesso, aumentare i rendimenti e il volume delle attività finanziarie, senza aumentare parallelamente il rischio per i singoli operatori. La presente crisi non solo mostra l’illusorietà di questa convinzione ma la pericolosità di una struttura a maglie sempre più strette in cui le interconnessioni fra settori – anche molto diversi – amplificano ed accelerano gli effetti (positivi e negativi) di singole situazioni di criticità e del variare delle aspettative.
3. Diseguaglianza del reddito e instabilità del capitalismo
Il secondo filone che esaminiamo appartiene anch’esso alla variegata galassia post-keynesiana e appare tuttavia più aperto a contaminazioni teoriche diverse (Kalecky, prima di tutto) nonché, in molti casi, a visioni, usi terminologici ed orientamenti politici di chiara derivazione marxiana. Questo filone si caratterizza per il fatto di attribuire alla crisi attuale una natura economica prima che finanziaria, invidiando la sua causa ultima nei processi di produzione e distribuzione del reddito occorsi negli ultimi trenta anni (3). Pur non negando l’importanza dei fattori di instabilità interni al sistema finanziario, questo filone di pensiero mette in luce come la crescita abnorme di questo settore sia stata funzionale al tentativo di assorbire gli squilibri emergenti dalla crescente diseguaglianza – funzionale e personale – del reddito.
A partire dagli anni ottanta si è, infatti, registrata una forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro sul totale del reddito nazionale (in media il 10% nei paesi OCSE) e, parallelamente, un aumento della diseguaglianza nella distribuzione personale del reddito: negli Stati Uniti, alla vigilia della crisi, il 10% più ricco della popolazione deteneva il 50% del reddito nazionale, mentre in Italia questa quota è oggi poco inferiore al 44%. Fra le cause di questo processo vengono individuate la globalizzazione produttiva, i processi migratori e i movimenti internazionali dei capitali, il ruolo della conoscenza e della tecnologia, le politiche neoliberiste di flessibilizzazione del mercato del lavoro e il conseguente indebolimento del sindacato, il ridimensionamento del carattere progressivo dei sistemi di tassazione e dei programmi di Welfare.
Ma in che senso la maggiore diseguaglianza del reddito costituirebbe una minaccia per la crescita e l’occupazione? Secondo gli economisti di tradizione post-keynesiana, una redistribuzione verso le classi di reddito più alte (che hanno una propensione al consumo inferiore), comporta una riduzione della domanda di beni di consumo e un aumento dei risparmi, che si traducono in una maggiore domanda di immobili, oggetti di valore, e, soprattutto, titoli finanziari. Anche da qui la forte spinta all’aumento del volume di attività finanziarie. Se le attività finanziarie si traducessero immediatamente in attività di investimento reali (macchinari, nuove tecnologie, servizi, brevetti, infrastrutture, ecc.) nessun problema ne seguirebbe. Ma poiché spesso i risparmi prendono la strada, assai più tortuosa, nell’investimento speculativo (titoli derivati, valute, futures, etc.), si determina una carenza di domanda aggregata che provoca stagnazione e disoccupazione. Da qui l’intrinseca instabilità “reale” del sistema capitalistico. La crescente spinta verso il credito al consumo e le politiche volte a favorire l’inclusione finanziaria anche dei lavoratori precari e con scarse garanzie reali costituisce la via d’uscita che, per vari anni, ha sorretto il modello di accumulazione basato sui consumi.
4. Agenti eterogenei, instabilità sistemica ed equilibri multipli
Un terzo filone di pensiero condivide con il mainstream neoclassico la necessità di microfondare l’analisi macroeconomica, ovvero di costruire modelli descrittivi dell’andamento generale del sistema sulla base dei comportamenti degli individui. Tuttavia vengono superate alcune ipotesi del mainstream: si abbandona l’agente rappresentativo in favore di agenti eterogenei (diversi per dotazioni, funzioni obiettivo e attitudini psicologiche); si sostituisce l’ipotesi di razionalità perfetta in favore della razionalità limitata; si studia l’esistenza di equilibri multipli, sia stabili che instabili.
Una prima tipologia di modelli muove dalla critica ad alcuni assunti tipici dell’approccio dei mercati finanziari efficienti (4) e dall’impossibilità di questo approccio di giustificare endogeneamente alcuni noti fatti stilizzati dell’andamento dei valori finanziari (5). Partendo da alcune analisi empiriche svolte fra gli operatori dei mercati finanziari alla fine degli anni ‘80, gli agenti vengono aggregati in gruppi di strategie omogenee, oppure con stessa strategia ma eterogenea formazione delle aspettative. Anche senza inserire elementi stocastici e l’intervento di shock esogeni, questa letteratura riesce a dar conto dei fatti stilizzati di cui sopra e della compresenza di diverse tipologie di operatori. Le caratteristiche più evidenti di questi modelli sono la compresenza di equilibri multipli (spesso instabili) e andamenti caotici.
Spingendo l’analisi alle sue estreme conseguenze i lavori più puramente Agent Based (6), considerano non più un numero finito di gruppi di agenti ma n agenti fra loro eterogenei. In tal modo, il comportamento dei singoli determina un sistema adattivo complesso nel quale le singole interazioni portano alla formazione spontanea di strutture macroscopiche le quali non possono essere direttamente dedotte dall’osservazione dei comportamenti individuali. Questi modelli computazionali (7) danno luogo ad andamenti molto simili a quelli riscontrati nella realtà per quanto riguarda variabili macroeconomiche come inflazione, produzione, tasso di disoccupazione, ecc., ed appaiono molto più versatili dei modelli neoclassici allorché si tratta di analizzare fenomeni come l’attuale crisi finanziaria.
A partire da questo approccio è possibile mostrare come in una economia composta di un network di relazioni di debito-credito fra banche e imprese, piccoli squilibri sulle singole unità possono dar luogo ad effetti aggregati molto rilevanti: situazioni di sofferenza di pochi singoli agenti tendono a trasmettersi ai loro partner commerciali e finanziari, con importanti effetti retroattivi che rafforzano lo squilibrio iniziale e ne amplificano la portata, provocando drastiche oscillazioni di tasso d’interesse, offerta di credito, produzione e occupazione (8). La dinamica della crisi è dunque intrinseca al sistema capitalistico.
Questi modelli mostrano come sia possibile che il sistema economico, sulla spinta di dinamiche interne ad esso, possa, se non adeguatamente indirizzato, raggiungere equilibri caratterizzati da livelli di occupazione, produzione e modalità di distribuzione del reddito decisamente diverse tra di loro. In questo modo il sistema economico si può indirizzare verso sentieri di andamento anche stabile, nel quale interi gruppi sociali vengono relegati in una situazione di “trappola della povertà” senza che il mercato abbia la forza e gli incentivi necessari a spostare il sistema verso un equilibrio più virtuoso.
5. Alcune riflessioni finali
Quattro anni di crisi economica vasta e profonda costituiscono una sonora smentita a molte delle credenze che il mainstream economico neoclassico ha coltivato e diffuso negli ultimi trenta anni. Ciononostante la presa del mainstream sulla classe politica e, ancor più, sulla comunità accademica è ancora molto forte. Per ragioni metodologiche e di sociologia della scienza che esulano dai confini di questa nota, il mainstream (per adesso) sembra uscire un po’ scosso ma non scalzato dalla crisi.
Gli effetti di questo persistente dominio del mainstream si osservano nei tre paradossi che abbiamo indicato all’inizio di questa nota: la scarsa convinzione con la quale sono state condotte le politiche keynesiane di sostegno all’economia; la mancata regolamentazione del sistema finanziario; l’insistenza su politiche sociali ed economiche che, senza interrompere l’avvitamento delle economie su se stesse, hanno comportato un’ulteriore inasprimento delle diseguaglianze ed una perversa redistribuzione del reddito.
L’incapacità di considerare come rilevante l’ipotesi di una intrinseca instabilità del capitalismo e di elaborare modelli teorici che ne spieghino le cause profonde, ha impedito al mainstream neoclassico di cogliere lo spessore della crisi e di offrire ad essa risposte adeguate. Questa visione è, più o meno consapevolmente, funzionale al mantenimento e al rafforzamento di un assetto dei poteri economici e dei rapporti sociali che mira a delegittimare come antieconomico e inefficiente ogni tentativo di difesa organizzata degli interessi collettivi da parte dei ceti sociali più deboli.
Tuttavia, se l’ortodossia economica ha fallito, non si può dire che i critici dell’economia neoclassica abbiamo dato buona prova di se’. I tre filoni, qui presentati in forma necessariamente sintetica, si sono rilevati incapaci di minacciare seriamente il dominio della teoria dominante. Essi sono presentati un po’ impreparati all’appuntamento con la crisi: divisi fra di loro; ciascuno ansioso di issare le proprie bandiere teoriche o ideologiche; con ricette di politica economica talvolta un po’ obsolete o aprioristicamente schierate sulla difesa di posizioni che spesso non rispecchiano più le condizioni di produzione, di vita e di lavoro delle nostre società post-industriali.
A nostro avviso il motivo principale di questa incapacità a scalzare l’ortodossia neoclassica è la non-generalità di questi tre filoni di pensiero, il loro essere focalizzati su alcuni ambiti di analisi ma, soprattutto, il presentarsi, spesso, con visioni contrapposte piuttosto che complementari.
Occorre notare come questi filoni non esauriscano l’ampio spettro degli approcci critici nei confronti del mainstream, fra i quali si possono, per esempio, richiamare il filone neoistituzionalista e quello di political economy. E’ nostra convinzione, tuttavia, che i tre filoni sui quali ci siamo concentrati possano trovare, negli anni a venire, notevoli convergenze ed un linguaggio più condiviso fino a configurare, pur con metodologie diverse, un comune “programma di ricerca”, una “comunità epistemica”. Solo facendo dialogare fra loro questi diversi approcci sarà infatti possibile, nei prossimi anni, sviluppare ricerche innovative ed analisi incisive sui temi della complessità e dell’incertezza e sugli effetti della disuguaglianza del reddito sulla stabilità del sistema.
Una nuova visione generale e complessa del sistema capitalistico che, a nostro avviso, potrebbe contrastare in modo più efficace la dominanza del mainstream.
Ma poiché i connubi teorici non sono né facili né rapidi da attuare occorre sicuramente che un’alleanza strategica si attui quanto prima sul piano della politica economica. Le indicazioni generali che emergono dai tre filoni di pensiero economico che abbiamo esaminato sono, infatti, sufficientemente convergenti: oltre ad una estesa regolamentazione del sistema finanziario che limiti l’instabilità, occorre anche attuare politiche di redistribuzione del reddito e di rafforzamento delle tutele e dei diritti dei lavoratori.
Lungi dal poter essere relegata al mondo dell’accademia, la lotta fra paradigmi di teoria economica, è, oggi come già molte volte in passato, un nodo cruciale per la sopravvivenza del patto sociale che sostiene le nostre, sempre più fragili, democrazie.
Note
*. Università di Firenze, Dipartimento di Scienze Economiche.
**. Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Istituto di Teoria Economica e Metodi Quantitativi.
1. E’ difficile definire esattamente i confini e i caratteri della teoria economica mainstream. Riteniamo, comunque, in linea generale, che questa sia caratterizzata dalle seguenti assunzioni di base: agente rappresentativo, perfetta razionalità degli agenti; aspettative razionali; processo decisionale fondato sulla massimizzazione di una funzione obiettivo.
2. Uno dei fattori di debolezza della teoria macroeconomica keynesiana è stata, secondo suoi avversari, la sua inadeguatezza ad interpretare la crisi degli anni settanta e, in modo particolare, il fenomeno della stagflazione.
3. Si vedano, in questo senso, vari saggi pubblicati in Orsi C. (a cura di), Il capitalismo invecchia? Sei domande agli economisti, Roma, Manifestolibri 2010.
4. Facciamo qui riferimento al Capital Asset Pricing Model.
5. Si tratta prevalentemente di cluster di volatilità, code spesse (fat tails, ovvero eventi limite che in una normale distribuzione gaussiana dovrebbero essere pochi risultano invece numericamente rilevanti), frattali (ripetizione di strutture a differenti gradi di grandezza).
6. Si veda Agent-Based Computational Economics: A Constructive Approach to Economic Theory di Leigh Tesfatsion.
7. Che quindi prevedono l’uso estensivo di tecniche di simulazione.
8. Un esempio significativo del contributo che questo filone ha potuto dare all’analisi della crisi è dato dal saggio di Domenico Delli Gatti & Mauro Gallegati & Bruce Greenwald & Alberto Russo & Joseph E. Stiglitz, 2010. Business fluctuations in a credit-network economy, Quantitative Finance Papers, 1006.3521, arXiv.org. Si veda anche E. Gaffeo, D. Delli Gatti e M. Gallegati, Complex Agent-based Macroeconomics: A Manifesto for a New Paradigm, Journal of Economic Interaction and Coordination, 2011.
PER UN CAMBIAMENTO DELLA POLITICA ECONOMICA IN ITALIA E IN EUROPA
CHE RILANCI DOMANDA, SVILUPPO E OCCUPAZIONE
Appello degli economisti su “Politica e Economia” – 17 Novembre 2011
Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche
In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno 
che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.
La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.
I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.
In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.
La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse – assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un’imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) – vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.
Acocella Nicola, Università di Roma 1
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano
Biagioli Marco, Università di Parma
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra
Bosco Luigi, Università di Siena
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia
Castellano Rosaria, Università di Macerata
Cesaratto Sergio, Università di Siena
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1
Ciccone Roberto, Università di Roma 3
Contini Bruno, “S. Cognetti de Martiis” Università di Torino
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa
De Muro Pasquale, Università di Roma 3
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano
Farina Francesco, Università di Siena
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)
Fiorito Luca, Università di Palermo
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento
Franzini Maurizio, Università di Roma 1
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3
Fubini Lia, Università di Torino
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3
Lombardi Mauro, Università di Firenze
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna
Lunghini Giorgio, Università di Pavia
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)
Morroni Mario, Università di Pisa
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1
Ofria Ferdinando, Università di Messina
Madsen Ove Mogens, Aalborg University (Danimarca)
Pagano Ugo, Università di Siena
Palazzi Paolo, Università di Roma 1
Palumbo Antonella, Università di Roma 3
Panico Carlo, Università di Napoli
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)
Pastrello Gabriele, Università di Trieste
Pennacchi Laura, Fondazione Basso
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia
Pivetti Massimo, Università di Roma 1
Pugno Maurizio, Università di Cassino
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata
Rangone Marco, Università di Padova
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)
Sau Lino, “S. Cognetti de Martiis” Università di Torino
Sawyer Malcolm, Università di Leeds
Schiattarella Roberto, Università di Camerino
Solari Stefano, Università di Padova
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR
Stirati Antonella, Università di Roma 3
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma
Tiberi Mario, Università di Roma 1
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3
Tridico Pasquale Università di Roma 3
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)
Vercelli Alessandro, Università di Siena
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)



















